di Claudia Crabuzza

Mettiamoci d’accordo: esiste discriminazione nei confronti del genere femminile? Esiste un problema? Le donne subiscono abusi sul lavoro per il fatto di essere donne? Le donne percepiscono stipendi più bassi? Quanto incide la presenza delle donne nelle alte sfere del comando? Quante firme femminili si occupano di economia politica lavoro nelle testate nazionali? Alle donne è richiesto un carico di responsabilità all’interno della famiglia e della società superiore a quello richiesto agli uomini? Alle donne è richiesto uno standard estetico ben più impegnativo di quello maschile? Abbiamo mai sentito dire che un uomo “se l’è andata a cercare” se è uscito di notte e magari ha bevuto con gli amici? Non ci sono dubbi, mi sembra.

La nostra società è poggiata sulla discriminazione delle donne. Si regge sulla discriminazione. Fa fortuna sulla discriminazione delle donne. Dovremmo accettarlo prima di tutto, per poterlo combattere. Dovremmo saperlo bene noi donne, per poter ricostruire una cultura diversa.

Lo dovremmo avere ben chiaro come lavoratrici, come madri ma soprattutto come compagne di uomini, perché siamo noi a dover pretendere ogni giorno questo cambiamento. Solo con un esempio differente si possono crescere generazioni differenti, di uomini e di donne. Ogni gesto, anche il più piccolo, deve essere un cambiamento. La lingua che usiamo è fondamentale. Anzi, sino a che non trasformeremo il piano della lingua non ci potrà essere nessun vero cambiamento sul piano sociale.

Per quanto tempo ancora dobbiamo sentire donne e uomini che si rifiutano di usare al femminile nomi che al femminile esistono? Cosa c’è da ridere in architetta, magistrata, ministra, direttrice? Perché utilizzare un linguaggio corretto deve suscitare imbarazzo? Mi sono andata a vedere il dizionario, mio padre mi ha insegnato a leggerlo quando ho dei dubbi. Dice architétto s. m. (singolare maschile) (f. -a) (femminile in –a), così come per sindaca, ministra e tutti gli altri. Poi ci sono nomi maschili con desinenza in –a come autista, pilota, guardia, dentista. Sono in –a e lo resteranno, anche se per dispetto li si vorrebbe trasformare in –o. E’ il nostro vocabolario, signori, leggetelo.

Per curiosità poi si possono leggere i pareri della Treccani e dell’Accademia della Crusca sui femminili, entrambi di svariati anni fa. In particolare la Crusca scrive che “tiene a ribadire l’opportunità di usare il genere grammaticale femminile per indicare ruoli istituzionali (la ministra, la presidente, l’assessora, la senatrice, la deputata ecc.) e professioni alle quali l’accesso è normale per le donne solo da qualche decennio”.

Era tutto chiaro già da tempo, avremmo dovuto smettere di riderne da un bel po’.

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