“Una fake news, costruita in modo tale da sembrare la più plausibile”. Il cardinale Angelo Scola, arcivescovo emerito di Milano, bolla così il suo essere stato papabile nel conclave che ha eletto Jorge Mario Bergoglio. Il porporato ripercorre la Sede Vacante del 2013 nel libro intervista autobiografico Ho scommesso sulla libertà (Solferino), scritto a quattro mani con l’inviato di Avvenire Luigi Geninazzi.

“Non ho mai creduto – afferma Scola – alla possibilità di diventare Papa. E quindi non ho sofferto per questo motivo. Devo ammettere però che, sulla base di quel che hanno scritto i giornali, io ho subìto una certa emarginazione. Dopo il conclave sono stato considerato l’avversario che ha perso la sfida con Bergoglio, il cardinale nostalgico dei Papi precedenti, l’uomo del passato. E questo ovviamente non mi ha fatto piacere”.

Nel suo libro il porporato ricorda, inoltre, che “a differenza che nel 2005, dove era emerso subito un nome, quello appunto di Ratzinger che sarebbe poi stato eletto, il conclave del 2013 è iniziato senza un candidato”. E fu proprio per questo che, come lui stesso riporta, prima di lasciare Milano aveva detto ai collaboratori: “La rinuncia di Benedetto XVI è un fatto inedito nella storia della Chiesa degli ultimi secoli e preannuncia un nuovo Papa altrettanto inedito. State tranquilli che non sarò io”.

Eppure qualcosa francamente non torna. Nessuno sa con certezza matematica cosa sia successo nei cinque scrutini nella Cappella Sistina al termine dei quali, in appena 24 ore, è stato eletto Bergoglio. Ciò che è noto, però, è che almeno nei primi due Scola era ampiamente in testa sull’allora arcivescovo di Buenos Aires. Il sorpasso, infatti, avvenne soltanto nel terzo scrutinio. Ma c’è di più. E va molto al di là della frenetica campagna mediatica pro Scola che si svolse, in un crescendo impressionante, dalle dimissioni di Benedetto XVI fino all’elezione di Francesco, e che il porporato oggi bolla come “fake news”.

Appena avvenuta la fumata bianca, la Conferenza episcopale italiana – in un telegramma firmato dall’allora segretario generale, monsignor Mariano Crociata – si affrettò a fare gli auguri al neo “Papa Scola”. Anche in questo caso si può liquidare la spiacevole gaffe, per usare un eufemismo, come semplice “fake news”? Così come appare difficile credere che lo stesso Scola non avesse percepito, ben prima che iniziasse la Sede Vacante del 2013, il grande segno di stima che Benedetto XVI (suo amico da 40 anni) gli aveva riservato facendogli lasciare la sede patriarcale di Venezia per quella arcivescovile di Milano.

Un passaggio che, col senno di poi, molti osservatori hanno giudicato nefasto per la candidatura al papato di Scola. Così come sicuramente è una “fake news” l’indiscrezione che il cardinale avesse pensato perfino al nome da assumere da Papa: quello di Paolo VII in omaggio al suo predecessore Giovanni Battista Montini che fu eletto vescovo di Roma da arcivescovo di Milano. Se le affermazioni di Scola sulla mancata elezione al pontificato sono un aspetto che incuriosisce moltissimo i lettori, il libro autobiografico è davvero prezioso per comprendere appieno la vita e il pensiero di un teologo e di un intellettuale raffinato del nostro tempo. E per capire la distanza con Francesco che egli definisce, con un’immagine che suona un po’ infelice, “un salutare colpo allo stomaco che lo Spirito Santo ci ha assestato per svegliarci”.

Bergoglio, però, lo avrebbe voluto almeno per un altro biennio – al compimento dei 75 anni, l’età canonica delle dimissioni – alla guida dell’arcidiocesi più grande d’Europa. Scola, invece, ha voluto lasciare preferendo una vita riservata nella canonica di Imberido, una frazione di Oggiano, e indicando al Papa come suo successore il suo vicario generale, monsignor Mario Delpini. Bergoglio lo ha ascoltato anche se ha preferito non dare subito la porpora al nuovo arcivescovo di Milano. Una porpora che non è dato sapere se arriverà mai.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

“Noi, disabili, impariamo a fare le acconciatrici perché vogliamo lavorare. Ed è il nostro sogno”

prev
Articolo Successivo

Genova, non ti abbiamo mai amata così

next