Genova, non ti abbiamo mai amato come stasera. Che ti vediamo livida di caldo, gialla nelle luci dei lampioni delle periferie. Ferita nei tuoi ponti, nell’orgoglio di sentirsi debole agli occhi del mondo. Genova che abbiamo reso città del dolore, dei fiumi che impazziscono, delle torri e dei ponti che crollano. Genova dove si può soltanto piangere. Non ti abbiamo mai amata tanto.

Proprio di quell’amore che vuole abbracciare, baciare; che ti fa stringere gli occhi e le mani. Vorresti davvero aggrapparti a una colonna per le vie Sampierdarena; passare le dita, fin quasi a sentire dolore, sui muri di via Cornigliano, come in una carezza. E camminiamo per le strade, una qualunque – via Fieschi, corso Mentana – giusto perché senta i nostri passi. Parliamo all’incrocio di via Timavo senza aver niente da dire se non che fa caldo, ma domani certo arriverà un po’ di brezza. E ci affacciamo alla finestra, come di notte si osserva un figlio sperando che il sonno porti via la febbre.

Dunque si può amare una città, ma proprio dello stesso amore che credevamo riservato alle persone. Genova che è pietra, ma anche nome, idea, sensazione, forse sogno quando nemmeno riesci a mettere insieme una parola. Genova che è uomini e donne, ma non soltanto alcuni, quelli che ci sono cari. Tutti o nessuno. Perfino chi non è più o non ancora. Genova che è tempo e non ti serve a niente fissarla immobile da Castelletto, dai Magazzini del Cotone.

Genova che ha dato una misura ai nostri passi, ci ha insegnato le salite e le discese. Genova che ci ha dato il mare, non solo per partire o per tornare, ma per ricordarci – hai già dimenticato i primi tuffi dalla scogliera? – che non è vita, né gioia, se non ti immergi davvero. Genova dei dolori e del sollievo, come nelle luci violette dei padiglioni di San Martino. Genova che ci aspetta anche se non c’è più il nostro nome su un campanello dove suonare.

Genova che non cerca elemosina – forse non la dà, ma certo non la vuole – e non attende nessuno che la salvi. Piuttosto non sarebbe più lei, non sarebbe più viva. Genova che noi tutti stanotte temiamo si dimentichi di essere città, ma soltanto palazzi, strade, pietra e cemento che si sfalda.

Genova non è nostra. Siamo noi.

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