La retorica corrente vuole che esista un sapere “istituzionale” a cui si contrappone uno pseudo-sapere “popolare” o “populista” che si svilupperebbe nell’agone internettiano grazie a troll, agenti provocatori (meglio se russi ergo putiniani), guru e santoni vari.

Il sapere istituzionale sarebbe da accogliere come infallibile ex cathedra perché prodotto da autorità indiscutibili, pronte a “blastare” gli ignorantoni di turno, i populisti laureati in immunologia o in statica o in geologia all’università di Facebook. Lo pseudo-sapere populista sarebbe invece il frutto avvelenato di una società che non legge più, che non studia più, che non si fida più dei “competenti”, e che quindi ha abdicato alle idee scientifiche vagliate faticosamente da ricercatori titolati, producendo verità fatte in casa, dunque tossiche come un vasetto di tonno a rischio botulino.

Cosa è vero e cosa è falso di questa immagine? Certo, la questione è seria e coglie un punto fondamentale, ovvero l’impoverimento culturale della società, scaturito anche dalla facilità di accesso a pillole di conoscenza che se non possono sostituire la competenza acquisita con anni di studio, danno l’impressione agli utenti della Rete di poter “fare da sé”, di poter fare a meno del sapere “istituzionale”. Tuttavia c’è una domanda che non viene mai fatta, rispondendo alla quale si otterrebbe un quadro molto più complesso della faccenda. La domanda è: perché? Perché le persone hanno deciso, a un certo punto, di non fidarsi del sapere “istituzionale”?

Sì, certo, perché sono più ignoranti e anche più supponenti. Certo, perché avere una connessione internet ha permesso loro di accedere a Google e di fare l’auto-diagnosi della bronchite. E ancora, certo, perché le persone si sono avvitate in delle sindromi complottiste per le quali i saperi “istituzionali” sarebbero al servizio delle multinazionali, dei governi, della Trilaterale, del Bildergerg o di Satana (oppure di George Soros, che poi ormai è lo stesso).

Ma c’è anche una ragione più profonda ed è questa: le persone si sono sentite tradite dalle élite. Le classi dirigenti che avrebbero dovuto dir loro la verità, spesso non l’hanno fatto. I competenti, che avrebbero dovuto guidare il popolo e spiegargli come si vive, si sono dimostrati talvolta guidati da tutto tranne che dalla funzione pedagogica sulla quale le élite avevano costruito fiducia e credibilità. Casi sporadici, che – come in tutte le narrazioni – vengono pantografati facendo di ogni erba un fascio: il Napalm51 che alberga nel cuore di molti utenti di Internet è pronto a urlare “sono tutti così!”. Tuttavia, si può liquidare questa reazione come racaille internettiana? Possiamo davvero pensare di non scremare niente di questa schiuma che monta, di dover ricorrere al burionismo opponendo ai troll il sapiente armato di lanciafiamme che all’incultura del web opponga l’umiliante gogna per gli “haters“, i “webeti”, gli “asini” e le “capre”?

Un ignorante è un ignorante e uno che cerca di discettare di vaccini con un immunologo avendo studiato ragioneria è davvero un asino, non ci piove. Eppure vi sono saperi molto più accessibili, questioni molto meno complesse, sulle quali i competenti sono spesso scivolati facendo figure pessime. Anzi: vi sono saperi “istituzionali” che non solo hanno abboccato, ma hanno persino prodotto una tale quantità di fake news e di bufale da far arrossire la Spectre putiniana. Penso a quei giornalisti che hanno scambiato la moglie di Brunetta per una centrale della diffamazione targata M5s o a coloro che si sono bevuti la “bufala” dell’uccisione di Arkady Babchenko o a prestigiosi dirigenti di azienda che hanno dato prova di non saper fare due conti da ragioniere tra costi, ricavi e imposte.

Allora occorrerà che i competenti veri ingaggino una guerra senza quartiere contro quelli tra di loro che sono competenti “travestiti”. In altri termini, una sorta di burionismo al quadrato che attacchi non solo la feccia internettiana, ma anche quei saperi che si fingono istituzionali e che non fanno che – screditando il sapere istituzionale attraverso la loro incompetenza – alimentare la voglia di verità “fatte in casa”. Su questo fronte, il sapere “istituzionale” non ha ancora battuto un colpo. Invece – sorpresa? – i veri debunker delle fake news si sono dimostrati altri “anonimi” utenti della Rete: andate a vedere i commenti sotto i post farlocchi dei soloni della conoscenza e troverete piccole formiche armate di pazienza e ironia pronte a sbertucciare le panzane del sapere “istituzionale”.