E poi l’Unione europea chiuse la stalla, ma i “buoi fotografici” erano già scappati. Esce in questi giorni, un po’ in sordina, una notizia che sembra – e sottolineo sembra – muovere qualcosa nella giungla del diritto d’autore sul web.

Un fotografo tedesco, Dirk Renckhof, aveva autorizzato un sito internet dedicato ai viaggi alla pubblicazione di una sua foto che successivamente, ma questa volta senza alcuna autorizzazione, era stata scaricata da una studentessa di una scuola della Land della Renania settentrionale-Vestfalia, che l’aveva inserita in un progetto scolastico pubblicato dalla scuola stessa sul suo sito Internet.

Il fotografo ha ritenuto che è stato violato il suo diritto d’autore in quanto egli aveva concesso il permesso di pubblicazione solo al sito di viaggi e non a quello dello scuola. Per tale ragione il sig. Renckhof ha chiesto 400 euro di risarcimento. Volendo avere direttive su come agire, il Bundesgerichtshof (la corte federale di giustizia tedesca) ha girato la questione alla Corte di Giustizia dell’Unione europea che, chiamata in causa, ha dato ragione all’autore della foto perché la nuova pubblicazione si rivolgeva a un “pubblico nuovo” e quindi aveva bisogno di una nuova autorizzazione.

La questione della tutela del copyright per le fotografie (e non solo per quelle) in tempi di web sregolato e di social è questione complessa e delicata dibattuta da tempo, col sapore della classica battaglia contro i mulini a vento. Volendola riassumere a una pillola, necessariamente semplificatoria, diciamo questo: nel mondo che fu, un fotografo di professione rivolto all’editoria pagava la bolletta della luce con i diritti d’autore ceduti, di volta in volta, a chi pubblicava le sue foto. Insomma, se la mia foto contribuisce come contenuto alla realizzazione di un prodotto editoriale, deve essere pagata. Poco importa (o dovrebbe importare) se il “contenitore” in questione è fatto di carta o di pixel, se si trova in edicola oppure online. E sia un libro che un sito impaginano, insieme al testo, anche immagini. Le usano, le sfruttano, gli servono. Dunque tutto chiaro e semplice, no? No.

Da questo punto di vista la rete non ha inventato, ma ha dilatato esponenzialmente il furto – perché di questo si tratta – di contenuti frutto del lavoro intellettuale di qualcuno, dunque coperti da copyright. Anche in questo caso, come per quasi tutto, si sono formati e si contrappongono due opposte correnti di pensiero con le relative tifoserie: i sostenitori, per quanto impotenti, del diritto d’autore (per molti professionisti ormai alla fame unico possibile introito), e quelli della “rivoluzione digitale” che tutto rimette in discussione e tutto spiana. Sostengono, questi ultimi, che la natura “democratica”, pervasiva, orizzontale e planetaria della rete deve vivere incondizionatamente  –  ecco la parola magica – di condivisione. Sembra non esistere ancora un punto di equilibrio gestibile tra queste due posizioni estreme.

Il furto di contenuti avviene a volte per ignoranza (l’utente privato medio della rete si è abituato a credere erroneamente che online tutto è gratis, tutto è libero, tutto è disponibile), ma molte altre in malafede, scommettendo sulla sostanziale impossibilità di perseguire gli abusi.

Naturalmente esistono casi in cui la possibile sottrazione l’autorizziamo noi stessi, per esempio accettando le clausole contrattuali che le piattaforme social c’impongono per poter aprire il nostro profilo; ma questo è un caso diverso, autorizziamo un soggetto preciso (tipo Facebook) e non gli abitanti del pianeta Terra. Poi, per chi è tanto  generoso e vuole regalare consapevolmente le sue immagini (o testi) all’umanità tutta, esistono le Creative Commons (CC), contenuti liberi messi (legalmente) online a disposizione di chiunque.

Nell’apparente anarchia totale in realtà esistono già leggi e regole in proposito, semplicemente non vengono osservate e nulla accade, così si va avanti al rialzo con l’alibi “lo fanno gli altri allora lo faccio anch’io, e che, so’ fesso?”.

Ora l’Unione Europea crea un precedente (in realtà c’era già il precedente del precedente del precedente…) che dovrebbe mettere un paletto e soprattutto agire da deterrente.
Un bel sogno, ma solo un sogno: se una rondine non fa primavera, una “multa” che colpisce peraltro un soggetto debole (una scuola) non scoraggerà chi davvero ci marcia, accettando il rischio di pagare pegno nel raro e improbabile caso di essere preso, per  una volta, con le mani nel sacco, a fronte delle decine o centinaia di volte in cui, avendola fatta franca, ha risparmiato decine o centinaia di volte l’importo dei diritti d’autore che avrebbe dovuto pagare. I buoi restano ormai definitivamente liberi, e chi li incrocia nella prateria può farne e mangiarne bistecche gratis alla salute (e alla faccia) dell’allevatore.

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