“Se non sei indignato non stai prestando sufficiente attenzione”
(dal profilo Facebook di Heather Heyer, vittima di un suprematista bianco. Charlottesville, 12 agosto 2017)

Viviamo in un Paese in cui il ministro dell’Interno fomenta l’odio. E non è un’illazione: ne abbiamo le prove. Lo fa scientemente, infischiandosene di tutto e di tutti. Persino della Costituzione, che ha giurato di rispettare nell’adempiere al suo incarico. “Disciplina e onore” al momento non sono reperibili nel suo profilo Facebook, principale preoccupazione del ministro. Tra un piatto di agnolotti al sugo a mezzanotte e una fritturina di pesce, il ministro buongustaio Salvini utilizza i social network per seminare odio e istigare alla violenza. Lo sapevamo già, ma il livello si è alzato.

L’ennesimo caso emblematico, la sera del 10 agosto. Alle 20, il buon Salvini, o chi per lui ovviamente, piazza una bella bufala sui suoi profili per sfamare i suoi follower avidi di razzismo, non solo di pane e Nutella. La bufala in questione è un classico della propaganda razzista: richiedenti asilo che protestano per avere Sky. Una bufala conclamata e smentita, non solo dalla Questura, ma persino dallo stesso giornale postato da Salvini nel suo profilo. Ma lo stesso Salvini, o chi per lui, lo sa che è una bufala. Mica possiamo pensare che sia stupido. È pur sempre il Vice Presidente del Consiglio…

Eppure lui “se ne frega”. E in barba alla deontologia professionale (Salvini è giornalista professionista) e anche alla minima decenza, incita le sue truppe: “chi scappa dalla guerra non ha bisogno di Sky…” E giù commenti indicibili contro gli immigrati. Non sappiamo con certezza chi ci sia dietro questa strategia del terrore, se il social media manager Morisi o il figlio di Foa, non-presidente della Rai, assai sensibile al tema delle bufale. Quello che sappiamo è che i social network di Salvini sono una macchina dell’odio senza precedenti nella storia del nostro Paese.

Solo nell’ultima settimana i casi di linciaggio digitale partiti direttamente dalla pagina Facebook del ministro sono due. E le vittime sono italiani. Italiani perbene. Non delinquenti o spacciatori, o mafiosi, contro i quali sarebbe persino logico avere parole dure se si è ministro dell’Interno. No. Contro cittadini italiani che chiedono il rispetto della legge e della Costituzione. La prima vittima del ministro dell’Interno Salvini si chiama Raffaele Ariano. Un ricercatore cremonese che ha avuto l’ardire e il senso civico di denunciare una grave frase razzista di una dipendente di Trenord pronunciata attraverso gli altoparlanti del treno. Una frase talmente inaccettabile che potrebbe essere punita col licenziamento. E il ministro dell’Interno cosa fa? Anziché ringraziare il signor Ariano, che si è distinto per senso civico, prende le parti della capotreno e addirittura rilancia: “fosse per me dovrebbe essere premiata”.

Il mondo alla rovescia. Il ministro prende le parti di chi commette un reato e si scaglia contro chi lo denuncia. Un vero e proprio rovesciamento dell’ordine, pericoloso e inaccettabile. Ovviamente le risorse salviniane doc si sono riversate in massa nella pagina del signor Ariano e lo hanno subissato di insulti. La pagina ufficiale della Lega – Salvini Premier fa di più, arrivando addirittura a mettere la foto di Ariano e il link al suo profilo. Una vera e propria gogna digitale dove flotte di account indignati da cotanto senso civico non perdono occasione per ubbidire agli ordini del loro “capitano”, linciando lo sfortunato di turno.

La seconda vittima del ministro dell’Interno Salvini si chiama Alievski Musli, un cittadino italiano di etnia rom che, stanco delle continue offese, ha denunciato il ministro dell’Interno Matteo Salvini per violazione della Costituzione (sempre quella che il ministro ha giurato di rispettare), del Testo unico sull’Immigrazione e delle norme contro le discriminazioni.

Una denuncia precisa e circostanziata contro le gravi affermazioni del ministro fatte in varie circostanze contro l’etnia rom. Un gesto coraggioso e importante a difesa della nostra Costituzione. Salvini, chiamato in causa, non perde occasione per puntare il suo dito, e la sua macchina infernale, contro Alievski. La sua denuncia? “Una medaglia” tuona su Facebook il “coraggioso” ministro che correda il suo post con una bella foto segnaletica di Alievski Musli. E così, ricevuto l’ordine del “capitano” si alzano in volo gli squadroni del web, per lo più formati da account con nomi inventati o con profili vicini all’estrema destra, a sganciare il loro carico di offese e odio razziale. Se a questo aggiungiamo una proliferazione anomala di account fake razzisti e pseudo nazionalisti che agiscono in modo organizzato, il tutto diventa inquietante.

Preoccupante che avvenga sotto l’egida di Facebook, con un algoritmo che a volte confonde vittima e carnefice, rimuovendo i post di chi denuncia, e lasciando invece commenti e minacce di morte. Sempre per quella storia del mondo alla rovescia… Ma questo è un altro discorso. La verità è che si è abbassata l’asticella della tolleranza nei confronti dell’intolleranza. Non riusciamo nemmeno più a indignarci davanti a soprusi così evidenti con l’aggravante che siano perpetrati da membri delle istituzioni. Proprio quelli che dovrebbero tutelarci. Un sonno collettivo pericoloso e colpevole. Ma si sa, il sonno della ragione genera mostri, o ministri del terrore, come nel nostro caso.

E fa male che tutto ciò avvenga nel silenzio generale dei cani da guardia della democrazia che hanno smesso non solo di mordere ma persino di abbaiare. Lasciando in letargo l’opposizione, troppo impegnata a guardarsi l’ombelico per accorgersi della gravità e del pericolo che la nostra democrazia sta correndo. Ma c’è chi dice NO e si ribella. La società civile ha gli anticorpi per reagire a cotanta tracotanza e barbarie. Raffaele Ariano e Alievski Musli ne sono due fulgidi esempi. Ma non sono gli unici. E saranno sempre più numerosi. Atti di ribellione, non alle leggi, ma al senso collettivo assopito, alla marea nera che sta insudiciando, di nuovo, la nostra storia.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Populismo e ‘popolo dei fax’, se è la rabbia la chiave di lettura del successo giallo-verde

prev
Articolo Successivo

Attacco speculativo dei mercati? Di Maio non condivide la previsione di Giorgetti: “Non vedo rischi e non siamo ricattabili”

next