Quando creò l’uomo, Dio diede le palpebre agli occhi. Esse sono importanti non solo per la fisiologia, ma anche a salvaguardia del nostro senso estetico e morale. Se un’immagine ci turba, possiamo abbassarle e cancellare il fastidio della visione. Il Creatore non fece lo stesso con le orecchie. Le dotò di udito – un mezzo primordiale di sopravvivenza – ma non di palpebre. Così qualche volta succede che non possiamo difenderci da sonorità che detestiamo.

Questa differenza l’avranno ben colta gli abitanti di Štúrovo in Slovacchia. È fresca la notizia di una donna che in quella ridente città danubiana avrebbe propinato ai vicini, per sedici ore al giorno, e a tutto volume, il Brindisi della Traviata di Giuseppe Verdi, cantato da Angela Gheorghiu e Plácido Domingo. Sembra che costei volesse rivalersi dell’incessante abbaìo d’un cane dei dirimpettai, e a tal fine ha fatto ricorso all’opera lirica, da lei a quanto pare molto amata. Come dire: mi difendo da un’invasione sonora usando la stessa arma. In questo modo uno dei ‘numeri’ più affascinanti della Traviata si è metamorfizzato per gli altri in un incubo, in una vera disperazione. Peggio: pare che la signora abbia persistito nell’irrogare quel tormento musicale anche dopo il decesso del rumoroso quadrupede.

Che la musica, anche la più soave, possegga un certo tasso di aggressività non deve meravigliare. Lo diceva già Immanuel Kant. Nella Critica del giudizio il filosofo sostiene che la musica manca di “urbanità”, giacché gli strumenti musicali estendono la loro azione al di là di quel che si desidera: essa invade lo spazio circostante e “va a turbare quelli che non fanno parte del trattenimento musicale”. Nel caso della signora slovacca sono due i fattori che rendono altamente “inurbana” la meravigliosa composizione verdiana: gli ‘altri’ non la desideravano affatto; essa è stata reiterata in maniera ossessiva.

A casa mia conosciamo un po’ il fenomeno. Tanti anni fa uno dei nostri figli si appassionò quindicenne alla lirica, Rossini in testa. A un certo punto in casa ci siamo sorbiti Il barbiere di Siviglia tre volte in un pomeriggio, per alcuni pomeriggi di fila. Dopo le nostre rimostranze, il ragazzo cambiò autore ma non metodo: passò al Falstaff. Non abitiamo in condominio, dunque nessuno del vicinato fu coinvolto. Dopo un mese, non senza qualche ‘sonoro’ rimprovero, il fenomeno si placò e la pace acustica in famiglia fu riconquistata.

Non vorrei però che pensaste all’opera lirica come a un’arma micidiale. Anche il celestiale suono delle campane scatena litigi, che talvolta sfociano in denunce, e pure in aggressioni contro i preti. Cosa possiamo fare allora? Abolire suoni e musiche? Mettere a tacere chi si esercita al pianoforte per studio o per lavoro? Chi suona in un complessino rock? Far chiudere il bar sotto casa? Certo che no. Bisogna far crescere la consapevolezza: dobbiamo far sapere quanta aggressività e inurbanità può albergare nella musica da noi prodotta o ascoltata, e quanto danno possiamo arrecare, sia pur involontariamente, agli altri. E ciò non solo per via dei decibel elevati, che certo sono una grossa parte del problema, ma perché la musica impatta sulla sfera psichica, sul mondo emotivo: il che, se procura un vivo piacere a chi la desidera, può suscitare un altrettanto acuto fastidio in chi, in quel momento, ne farebbe volentieri a meno.

La legge giustamente si occupa di decibel, entità misurabile. Ma il riferimento alla “soglia della normale tollerabilità” aiuta poco, giacché, rivolto ai singoli individui, il concetto è ad alta variabilità. Si può fare perciò affidamento solo sul buon senso, la buona educazione, il rispetto vicendevole. Beninteso sono benvenute tutte le risorse della moderna tecnologia: insonorizzazione degli edifici, altoparlanti direzionali, barriere fonoassorbenti, eccetera.

Anche gli animali, non solo l’homo sapiens, possono reagire male alla musica. Anni fa (La Repubblica, 26 luglio 2001) fece notizia l’ecatombe dei tacchini di Baone, nel Padovano, uccisi dal frastuono di un rave party. Svegliati nel cuore della notte, 300 pennuti da cortile si ammassarono spaventatissimi contro una recinzione, calpestandosi l’un l’altro. Per loro la musica fu un killer. I giovani del rave party non pensavano certo di usarla come arma offensiva. Molti di loro saranno magari stati  vegetariani o vegani. E non credo neppure che sia stato il ritmo percussivo a danneggiare le bestie. Forse i tacchini sarebbero morti pure con la Nona di Beethoven o un concerto di Rachmaninov. Sono morti perché non avevano bisogno di musica, volevano dormire, godere del riposo che rinfranca tutti i viventi dalle ferite diurne. La musica, creatura apparentemente priva di spessore, è entrata nel loro recinto carica di inaudita violenza, e li ha privati dello spazio vitale.

Riflettiamo perciò un momento quando accendiamo lo stereo (e se abbiamo un cane rumoroso, mettiamoci almeno un po’ nei panni e nella testa dei vicini). Da parte mia ritornerò sull’argomento: è importante sollecitare l’attenzione dei cittadini.