C’è un dato importante che emerge dalle primarie USA dello scorso martedì: la presenza sempre più massiccia di candidate donne. Con le primarie in Michigan, Missouri, Kansas e Washington, le donne candidate alla Camera il prossimo novembre saranno complessivamente 185 (il record precedente, nel 2016, era stato di 167 donne). Quattordici Stati americani devono ancora tenere le loro primarie, quindi il numero di candidate donne è probabilmente destinato ad aumentare. Delle 185 candidate, 143 sono democratiche. La tendenza riguarda anche le sfide per governatore: qui, al momento, ci sono 11 sfidanti di sesso femminile.

Questa ridefinizione della questione di genere appare in tutta la sua evidenza anche da un altro dato. In campo democratico, in ogni sfida che ha visto in corsa almeno un candidato donna e un uomo, le donne hanno prevalso nel 69% dei casi; in campo repubblicano, nel 34% (dati del Cook Political Report). La situazione al Senato non è così favorevole come alla Camera: al momento sono 13 le candidate donne (il record era stato raggiunto nel 2012, con 18 donne candidate). Il trend complessivo mostra comunque un deciso passo in avanti in termini di rappresentatività politica delle donne (che sono più della metà della popolazione, ma soltanto il 20% del Congresso).

Questi numeri possono essere interpretati in diversi modi. Da un lato, conta sicuramente l’effetto Trump. L’elezione del nuovo presidente ha sollevato resistenze, contestazioni, preoccupazione in buona parte dell’elettorato femminile. La Marcia delle Donne su Washington, a gennaio 2017, a poche ore dal giuramento di Trump, fu proprio la reazione a un presidente che, si temeva, avrebbe messo in discussione diritti acquisiti: l’aborto, la contraccezione, l’accesso al welfare.

Di più, in quei giorni, c’era anche l’indignazione per il sessismo percepito in alcune affermazioni e comportamenti di Trump: dai giudizi su Hillary Clinton alla frese sulle donne “da afferrare per i genitali”. L’onda della mobilitazione femminile ha continuato la sua corsa ed è giunta sino alle candidature di oggi, che non a caso riguardano proprio il campo democratico avverso a Trump. Il presidente quindi ha funzionato da catalizzatore e propulsore dell’impegno femminile e femminista in politica.

C’è però un altro elemento suggerito dai dati di questi giorni. Le donne restano comunque confinate ai gradi meno alti della politica di Washington. Non sfondano infatti al Senato, dove una candidatura richiede un investimento economico molto più consistente e una rete di relazioni e di potere più diffuso. Di fronte alle candidature in campo progressista, quelle in campo conservatore sono poi piuttosto ridotte: delle 185 candidate, solo 42 sono repubblicane, a dimostrazione di come i processi di selezione nel G.O.P. restino ancora decisamente orientati a favore del personale politico maschile. E il numero di donne non bianche resta, tra le candidate anche dello schieramento progressista, molto basso. Comunque, nonostante i limiti e ulteriori, possibili passi in avanti, le associazioni politiche femminili esultano. “Le donne portano alla politica un insieme di esperienze di vita più ricco”, spiega Debbie Walsh, direttrice del Centre for American Women and Politics.

In effetti, a giudicare dalla biografia delle candidate, il campo di esperienze e provenienze appare molto diversificato. Rashida Tlaib, parte dei Democratic Socialists of America e candidata democratica per la Camera in Michigan, è di origini palestinesi e sarebbe la prima donna musulmana eletta al Congresso. Un team tutto femminile quello che punta alla vittoria per i democratici in Kansas. Qui Gretchen Whitmer punta alla carica di governatrice e porta con sé altre due donne, Jocelyn Benson come segreteria di stato e Debbie Stabenow attorney general. Whitmer, tra l’altro, ha battuto in campo democratico Abdul El-Sayed, appoggiato da Bernie Sanders e dall’area più progressista del partito (tra cui anche Alexandra Ocasio-Cortez, anche lei socialista e di recente trionfatrice nelle primarie della città di New York). El-Sayed sarebbe stato, se eletto, il primo governatore musulmano della storia americana. Non ce l’ha fatta di fronte a Whitmer, più legata all’establishment del partito ma che testimonia comunque lo spostamento a sinistra subito dalla politica democratica. Whitmer è infatti a favore di minimi salariali di 15 dollari, per la legalizzazione della marijuana e per la gratuità di asili e scuole nido.

Nelle primarie democratiche per la Camera del Kansas a prevalere è stata invece Sharice Davids, 38 anni, membro della Ho-Chunk Nation, allevata da una single mother sergente nell’esercito americano. Davids, che è lesbica e ha praticato arti marziali, sarebbe la prima Nativa Americana a essere eletta al Congresso. In uno spot elettorale la si vede allenarsi alla boxe in palestra. Di sottofondo, la sua voce dice: “Ho dovuto battermi per tutta la mia vita… E’ il 2018 e le donne, i Nativi Americani, i gay, i disoccupati e i sotto occupati devono battersi come leoni per sopravvivere. Ed è chiaro, Trump e I repubblicani di Washington se ne fregano”. Davids è un caso interessante sotto molti punti di vista, perché raccoglie nella sua candidatura forti elementi di politica delle identità e le rivendicazioni economiche e sociali che i democratici dovranno essere capaci di sintetizzare ed equilibrare per vincere a novembre.