Su una costa del sud c’è una catapecchia che ospita Caina, anima sporca che vive togliendo dalla spiaggia gli immigrati morti in mare. Il suo è un lavoro losco e doloroso, come trovacadaveri deve contendersi quei corpi senza vita con polizia e bande di immigrati sopravvissuti che vogliono “rubarle il lavoro”. Lei è razzista, appesantita da tutti quei pregiudizi che oggi dividono l’Italia. Per una ex-killer della mala quel lavoro è duro ma non troppo movimentato. Meno rischioso. I morti non scappano, è vero, ma la coscienza morde. Anche per bocca del suo nuovo aiutante maghrebino, parafulmine della sua cattiveria e unica voce a far vacillare animo e desiderio di questa donna sconfitta prima di tutto da sé stessa.

Si ispira al romanzo omonimo di Davide Morganti il primo lungometraggio di Stefano Amatucci. Il regista di Caina costruisce un non-luogo senza morale e quasi distopico. Come location per le scene marine è stata scelta Punta Aderci, a Vasto. Una spiaggia abruzzese piegata intorno al suo trabocco, riserva naturale che vede asciugati colori e poeticità per far spazio a un’atmosfera plumbea di personaggi spietati. Invocano ognuno il proprio, ma si dimostrano tutti senza Dio. Ogni grammo del narrare si dipana formando un lungo requiem allucinatorio. I morti che appaiono alla donna come miraggi, come giudizi silenti da cupo Racconto di Natale, cinematograficamente sono contraltare finzionale implacabile nei confronti di ciò che nell’immaginario ci aveva lasciato Fuocoammare. Ammaina la cronaca, ma soprattutto ogni speranza documentaristica Amatucci, ci stringe ai polsi trascinandoci per gli inferi del fenomeno epocale più dolente del Mediterraneo europeo e ci lascia soli col nostro pensiero giudicante. Gli interessa portarci una storia di solitudine e desolazione, canto dall’estetica violenta con l’ambizione di provocare a viso scoperto.

Guadagnare 15 euro lordi per ogni annegato, così questo attualissimo Caronte sposa la spiaggia e si fa donna. Luisa Amatucci, crine corvino e volto scavato e adunco da moderna Magnani senza ironia è protagonista formidabile. Corpo teso e composto come corde e legni di un violino nero, riesce a scatenare miriadi di sentimenti contrastanti con un personaggio difficilissimo e spigoloso. Vicino, ma lontanissimo, lo straniero sfruttato e colmo di sogni di giustizia ha il volto di Helmi Dridi, mentre Isa Danieli interpreta un caporale di mare destinata unicamente a tenere in ordine i conti su soldi e cadaveri raccolti. Costi e ricavi che ripuliscono il mare ma riempiono di corpi betoniere clandestine per costruire piccoli e grandi mostri ecologici e morali. E il finale sarà un colpo al cuore.

Proviene dalla fiction Rai Amatucci. Regista di Un posto al sole e La Squadra, il suo esordio scappa dai lavori precedenti e colpisce dritto allo sterno. La sua regia taglia le immagini in maniera apparentemente minimale, ma ogni dettaglio e angolazione dello sguardo sono sempre ed efficacemente al servizio di un racconto atto a risucchiare lo spettatore dentro il film. Non giudica mai apertamente, evita di applicare morali o contromorali ma opta per un pastiche totalmente tra le righe. Sospensioni temporali e spaziali rendono il film favola grigia e pesante come sabbia appena bagnata per il cemento. Stimolazione forte per lo spettatore dal pensiero indipendente che accetta lo shock su grande schermo e si sente pronto a mettersi in gioco su riflessioni a tutto campo intorno al tema immigrazione e morti in mare.

Come ogni piccola produzione indipendente nostrana (ci sono voluti anni per portare a compimento un progetto che nessuno voleva finanziare) Caina gira per i cinema d’Italia in una tournée di proiezioni e incontri con il pubblico molto simile a quelle teatrali. È uscito il 28 maggio, prossima data La Spezia il 10 agosto, sarà anche dal 30 agosto al Nuovo Cinema L’Aquila di Roma. Poi una staffetta di date tra Napoli e Milano. Tutte accompagnate da regista o cast.