L’autunno nel vecchio continente sarà caldo, chissà, forse anche caldissimo. Due i temi più accesi che ci aspettano al ritorno delle vacanze: la Brexit disfunzionale, e cioè il mancato accordo tra Londra e Bruxelles sulle relazioni future tra il Regno Unito e l’Unione Europea, e la legge finanziaria dell’Italia populista. Entrambi conficcano nel fianco dell’Unione una lama lunga e tagliente, al punto che viene da chiedersi quale sarà la salute di questa istituzione la prossima primavera.

Sebbene il mondo tema la Brexit più di qualsiasi altro cataclisma politico ed economico, è molto probabile che la transizione si svolgerà senza grossi terremoti. In sordina Londra sta già organizzandosi per una Brexit senza accordo e lo fa considerandola come un disastro naturale, preparandosi ad una possibile interruzione di approvvigionamenti, dal cibo alle medicine, ed ad una seria crisi dei trasporti, ad esempio file interminabili alle frontiere. Con la classica flemma inglese, la popolazione sembra fiduciosa che anche questo cambiamento sarà superato e la vita tornerà a scorrere. Nonostante le proteste di chi non ha votato per la Brexit, la gente è incline a credere che le cose, una volta scavallata la transizione, andranno meglio. A riprova l’aumento dei tassi d’interesse, primo segno di un processo di normalizzazione che da più di un decennio tutti aspettano.

Diametralmente diversa è la situazione italiana anche se la stampa internazionale per ora non se ne occupa. Venerdì scorso il Tesoro ha riacquistato quasi 1 miliardo di debito pubblico a breve scadenza in un’operazione preannunciata come il tentativo di fornire agli investitori sufficiente liquidità in vista di una probabile forte svendita del mercato. Dalla fine di maggio questa è la terza volta che il governo ricompra il proprio debito per contrastare il sentimento negativo degli investitori nei confronti delle obbligazioni italiane.

E’ chiaro che questo tipo di intervento non può diventare la norma, si sono già spesi 2 miliardi di euro ed il paese si trova in una serissima crisi di liquidità dovuta all’alto debito pubblico. Lo scetticismo dei mercati però è legato alle politiche economiche e fiscali annunciate dall’attuale governo che dovranno concretizzarsi in autunno nella finanziaria: la flat tax ed il reddito di cittadinanza. Chi opera sul mercato finanziario sa come fare i conti ed è palese che nessuna di queste proposte è fattibile a meno che non venga ristrutturato il debito pubblico, operazione che non si può fare senza il permesso di Bruxelles.

Altro elemento di nervosismo è la tensione all’interno del governo in tema di finanziaria. Da una parte Di Maio e Salvini continuano a ripetere il loro mantra: reddito di cittadinanza e flat tax per onorare i loro rispettivi elettorati, dall’altra il ministro delle Finanze Giovanni Tria è reticente perché sa bene che i conti non tornano. Così suggerisce di rimanere all’interno dei parametri del debito imposti dal governo precedente, che significa un deficit dell’1,6 per cento del Pil ed una rapporto debito/Pil di 130,8 per cento.

Per ora la retorica populista di Di Maio e di Salvini ha funzionato per rassicurare gli italiani ed il linguaggio ambiguo di Conte ha lasciato tutte le porte aperte. Un aiuto lo ha dato anche la questione delle nomine Rai, tema sempre caro alla stampa italiana, dal momento che ne subisce l’impatto. Il coro di voci che hanno condannato la subordinazione dell’informazione di Stato a chi siede in Parlamento – cosa che succede in tutte le repubbliche di banana e nei regimi dittatoriali in aggiunta all’Italia – è stato più volte lodato, ed ha distratto l’attenzione del contribuente dai problemi di portafoglio: Di Maio e Salvini a settembre dove li troveranno i soldi per introdurre il reddito di cittadinanza e la flat tax? Nella crescita economica? Benissimo, allora rimandiamo tutto al 2019 perché per spenderli i soldi prima bisogna guadagnarli e di certo dopo quasi vent’anni senza alcuna crescita almeno 12 mesi serviranno per riavviarla. Ma gli italiani saranno disposti ad aspettare un anno per vedere concretizzarsi le proposte elettorali, riponendo tutta la loro fiducia nel governo ‘del cambiamento’? In altre parole si comporteranno come stanno facendo gli inglesi con la Brexit?

Lascio a voi lettori la risposta.