Il 3 agosto di 10 anni fa scompariva Aleksandr Solženicyn, il sommo autore di Arcipelago Gulag, lo scrittore premio Nobel della letteratura 1970 che per 20 anni (dal 1974 al 1994) fu costretto a vivere in esilio, colpevole di un reato che ancor oggi è lo strumento più praticato dai regimi autoritari: raccontare la Storia, tenere viva la memoria, un valore inestimabile e insopprimibile. Difenderla dall’usura del tempo e dalle manipolazioni del potere. Cercare di lottare contro l’oblio e tentare di comprendere i meccanismi perversi della sopraffazione, della violenza esasperata, della facilità con la quale l’uomo si dimentica di essere uomo, poiché il mondo attorno a lui è il più disumano possibile.

Se ci fate caso, pochissimi hanno ricordato questo ingombrante anniversario. Non fa più comodo nell’era della propaganda e delle fake news. Rovina la narrazione putiniana della Storia, che rivisita il passato prossimo della nazione russa, cancella gli orrori sovietici, stende un velo pietoso sul famigerato patto con Adolf Hitler, è riluttante nel riconoscere le responsabilità dell’Urss: rammentate quanto tempo c’è voluto prima che venissero ammesse le responsabilità dell’Urss sulla strage di Katyn, il massacro di 21mila 857 ufficiali, soldati e civili polacchi nell’aprile del 1940?  Fu un eccidio deciso dal Politburo sovietico ed eseguito dagli sgherri del Nkvd, il Commissariato del popolo per gli affari interni. Solo nel 1990 Mikhail Gorbaciov lo ammise. Ma ancora nel 2005 le autorità russe dichiararono che non esistevano basi giuridiche per definire il massacro un genocidio, né un crimine di guerra, figuriamoci un crimine contro l’umanità. Come scrive Timothy Snyder, storico di Yale e autore del saggio La paura e la ragione (Rizzoli, 2018): “l’eternità prende determinati punti del passato e li dipinge come momenti di virtù e giustizia, scartando i periodi tra l’uno e l’altro”.

Solženicyn squarciò, con la sua implacabile e agghiacciante (letteralmente) testimonianza da ex detenuto dei lager di Stalin, la facciata eroica del “Codice morale del costruttore del comunismo”. Descrisse con minuziosa precisione il calvario dei prigionieri confinati in campi di lavoro a dir poco infernali, al limite estremo della sopravvivenza. Denunciò ciò che nessun uomo avrebbe dovuto sapere, tantomeno vedere. Un popolo rinchiuso nel sottosuolo della Russia.

Il mese di agosto, per l’Urss e la Russia è sempre stato un mese speciale, anzi, spesso il mese dei cambiamenti. È ad agosto, infatti, che Stalin inizia le repressioni di massa contro i contadini, deportati in Siberia dopo il sequestro di tutti i loro beni per essersi opposti ai kolkhoz ed è nella lunga e drammatica notte tra il 18 e il 19 agosto del 1991 che ci fu il tentato colpo di Stato, con l’Unione sovietica ormai agonizzante, per rovesciare il presidente Gorbaciov e pigliare il controllo dello sterminato Paese, ridotto allo stremo da una crisi non solo politica – il trauma della fine di un mondo durato 69 anni – ma soprattutto economica. I golpisti che trattennero Gorbaciov contro la sua volontà in una dacia della Crimea dove stava trascorrendo le vacanze erano i più autorevoli e pericolosi tra i siloviki, gli uomini del potere: come il capo del Kgb Vladimir Krjuckov, il ministro degli Interni, Boris Pugo, da cui dipendevano gli eserciti delle varie polizie; e ancora: Dmitrij Jazov, ministro della Difesa, Valentin Pavlov, il premier; il vicepresidente dell’Urss, Ghennadij Janaaev; persino Valerij Boldin, lo stesso capo della segreteria di Gorbaciov, uno dei suoi fedelissimi. Il golpe scatenò le proteste della gente, fiumane di cittadini si riversarono per le strade, Boris Eltsin comandò la resistenza dalla Casa Bianca, sede del parlamento russo. Chi scorda quelle immagini in diretta da Mosca, con Eltsin che sale sulla torretta di un carro armato e arringa la folla con un megafono, condannando i golpisti? Il 21 agosto Gorbaciov tornò a Mosca. Tre giorni dopo si dimise da segretario generale del Pcus che il 25 agosto venne nazionalizzato (suggerisco la lettura dell’istant book di Giulietto Chiesa, Cronaca del Golpe Rosso, Baldini&Castoldi, 1991).

Sempre ad agosto (il 23) fu sancito a Mosca il patto infame (e politicamente assai imbarazzante) fra Ribbentrop e Molotov, nel 1939: un trattato di non aggressione che di fatto stabiliva la spartizione della Polonia e durò sino al 22 giugno del 1941, con l’invasione tedesca dell’Urss (la famosa Operazione Barbarossa). Nell’agosto del 1998 la Russia fu costretta a dichiarare la bancarotta dello Stato, preludio alla fulminea ascesa di Vladimir Putin. Due anni dopo, in un maledetto 12 agosto del 2000 si consumerà il dramma del sottomarino K-141 Kursk a propulsione nucleare, affondato con tutto il suo equipaggio (118 uomini) intrappolato a 107 metri di profondità nel mare di Barents: la Marina russa non ha i mezzi adeguati per il recupero ed è riluttante ad accettare l’aiuto straniero. Quando il primo batiscafo, con a bordo sommozzatori inglesi e norvegesi, riesce a raggiungere il sommergibile, è il 19 agosto. Troppo tardi: il Kursk era diventato ormai una tomba. E una vergogna nazionale. Putin non gestì bene la situazione, e si mosse in ritardo, sottovalutando il dolore dei familiari e il contraccolpo della vicenda sull’opinione pubblica. I media non risparmiarono le critiche e lui accelerò l’occupazione del settore, per evitare la mannaia dell’informazione indipendente.

Dicevo che agosto è un mese molto particolare, per i russi. Nell’agosto del 2008 si consuma la guerra contro la Georgia: il che non impedisce a Putin di essere presente, l’8 agosto, alla cerimonia inaugurale dei Giochi olimpici di Pechino. Dulcis in fundo, si fa per dire, l’agosto dell’invasione di Praga. Pure stavolta, tutto cominciò di notte, tra il 20 e il 21 agosto del 1968: le armate meccanizzate sovietiche si riversarono in Cecoslovacchia, centinaia di migliaia di soldati e 6mila mezzi corazzati occuparono il Paese, nelle ore in cui si sarebbe dovuto celebrare il congresso del Partito comunista cecoslovacco per varare le riforme della Primavera di Praga propugnate da Alexander Dubcek e sconfiggere l’ala stalinista fedele al Cremlino. L’11 agosto d 20 anni prima, a Praga, era nato Jan Palach. Sarebbe diventato il simbolo tragico della Primavera fallita.

Nel tardo pomeriggio del 16 gennaio 1969, lo studente di filosofia Jan Palach lasciò la sua abitazione per recarsi in piazza san Venceslao, cuore simbolico di Praga e delle manifestazioni gioiose che accompagnarono l’effimera stagione della riforme. Raggiunse i piedi della scalinata che porta al Museo nazionale, quei gradini dove tantissime volte si era seduto insieme ai compagni di università. Si cosparse il corpo di benzina, mentre attorno la gente cominciò ad urlare di raccapriccio perché Jan aveva appiccato subito il fuoco con un accendino usa e getta. Le fiamme si levarono con uno sfrigolio orribile, la gente si levò di dosso giubbotti e cappotti per spegnere il rogo. Jan fu trasportato all’ospedale, rimase in agonia tre giorni prima di spirare. Fino all’ultimo, ebbe la forza di dire perché aveva compiuto quel gesto. Fin da subito, Jan divenne eroe e martire degli antisovietici di tutto il mondo. Palach sognava la libertà. I suoi appunti in cui annotava i suoi pensieri vennero trovati non lontano dal punto in cui si era dato fuoco, pigliando a modello la protesta dei monaci buddisti per il Vietnam.

Ho un ricordo tristissimo di quei giorni. Milano era avvinghiata dal gelo e avvelenata dallo smog. La Statale ribolliva di assemblee. Una fu convocata per ricordare il sacrificio di Jan Palach. Nell’atrio avevamo appeso il suo ritratto. Qualcuno, non ricordo più chi, lesse una dichiarazione diventata una sorta di manifesto della Primavera di Praga e di tutte le Primavere del mondo che voleva sciogliere i nodi delle dittature: “Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero uno, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà”. La citazione si trova su Wikipedia, indizio che la morte di Jan è un tornante della Storia. E delle sue ombre d’agosto. Per me, i vincitori del Sessantotto – quel 1968 di speranze, trasformazioni e carri armati – sono quelli che ci immaginiamo. Che hanno creduto fosse possibile “cambiare la vita”. Non coloro che l’hanno combattuto.