Da una parte la Direzione distrettuale antimafia lo voleva il carcere. Dall’altra il Consiglio regionale della Calabria lo ha nominato nella struttura speciale del gruppo misto su richiesta del consigliere Fausto Orsomarso di Fratelli d’Italia. La storia è quella di Pasquale Repaci, il padre di Anita, compagna del boss Filippo Chirico, reggente della cosca Libri ed entrambi arrestati martedì nell’operazione “Theorema-Roccaforte” grazie alla quale i magistrati della Procura di Reggio Calabria sono riusciti a ricostruire come la potente famiglia mafiosa si stava riorganizzando dopo la morte dei due mammasantissima Mico e Pasquale Libri.

I pm della Dda avevano chiesto il suo arresto con l’accusa di aver violato le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali. In sostanza, secondo gli investigatori della squadra mobile e dei carabinieri del Ros, il dipendente del consiglio regionale avrebbe aiutato la figlia Anita Repaci nel tentativo di attribuire “fittiziamente – si legge nel capo di imputazione – l’esclusiva titolarità dell’impresa individuale ‘L’Arcobaleno dei Sapori’, dissimulando l’effettiva titolarità in capo a Chirico Filippo, socio di fatto e finanziatore dell’iniziativa imprenditoriale”. In altre parole, l’attività commerciale sequestrata dalla Procura era di fatto del boss ma sulla carta l’aveva avviata la compagna formalmente con i soldi che le avrebbe dato il padre dipendente della Regione Calabria.

“Ma io non ho niente”, dice, infatti, in un’intercettazione la figlia. “E te li ho dati io… non te li posso dare io? Scusa non te la posso dare io una cosa?”. “Si ma lo devi dimostrare che me li dai tu”. “Se li prendo in banca te li do… dove vado e li prendo? al carcere? Non m’interessa… i miei soldi sono tutti dichiarati… mia figlia si trova in difficoltà e glieli do i soldi io… che cazzo m’interessa… non ho capito”. Leggendo le intercettazioni, però, su richiesta della Procura il gip ha arrestato Anita Repaci con l’accusa di associazione mafiosa ma non il padre. Nei suoi confronti, infatti, secondo il giudice per le indagini preliminari ci sarebbe un difetto di gravità indiziaria a causa. Quell’intercettazione è poco per giustificare l’arresto e, quindi, Pasquale Repaci non finisce in carcere ma resta comunque indagato dalla Direzione distrettuale antimafia.

Anche se l’inchiesta fino a martedì era secretata, era noto a tutti il rapporto tra il dipendente regionale e il “quasi” genero e boss Filippo Chirico. Eppure due mesi fa, dopo essere stato candidato (e non eletto) alle politiche nel partito di Giorgia Meloni, il consigliere regionale Fausto Orsomarso ha chiesto che a Pasquale Repaci venisse conferito l’incarico di componente interno della sua struttura speciale. Con tanto di delibera inserita nel bollettino ufficiale della Regione Calabria, quindi, l’indagato Repaci da due mesi è collaboratore del consigliere Orsomarso e a lui deve rispondere per “l’espletamento – è scritto nel provvedimento dell’Ente – delle attività istituzionali”. Un incarico per il quale la Regione ha previsto una spesa, in due anni, di oltre 18mila euro che vanno ad aggiungersi al normale stipendio di dipendente del Consiglio percepito da Repaci.

L’indagato dell’inchiesta “Theorema”, d’altronde, conosce bene le strutture speciali di Palazzo Campanella in quanto, prima di essere chiamato dal politico Orsomarso, lavorava in quella di Forza Italia su richiesta del consigliere regionale Alessandro Nicolò, da pochi mesi transitato anche lui nelle file di Fratelli d’Italia dopo la mancata candidatura alle politiche. Deluso dal partito di Berlusconi, infatti, Nicolò è finito nel gruppo misto presieduto da Fausto Orsomarso il quale, poche settimane dopo ha avanzato la proposta di spostare Repaci nella sua struttura speciale.

Appresa la notizia dal sito del fattoquotidiano.it a distanza di qualche ora, il consigliere regionale Fausto Orsomarso ci informa che il collaboratore è stato sospeso dall’incarico nella struttura speciale del gruppo misto.“Purtroppo – chiarisce Orsomarso – noi siamo indifesi rispetto a un quadro complesso come quello calabrese. Non facciamo un lavoro di intelligence come i magistrati che ringraziamo per le loro inchieste. Chi sbaglia deve comunque pagare fermo restando che auguriamo a tutti di dimostrare la propria innocenza. Abbiamo subito provveduto a sospendere il dipendente Repaci che voleva dimettersi e che, pare, da tempo non abbia rapporti con la figlia. Negli ultimi anni aveva collaborato anche con altri gruppi consiliari perché faceva parte delle risorse interne al Consiglio. Non è stata una scelta politica di Fratelli d’Italia”.

“L’ho conosciuto in Consiglio regionale – aggiunge il consigliere Alessandro Nicolò – e ho riscontrato la sua professionalità come buon lavoratore in quel contesto. Peraltro ha lavorato in più strutture e all’epoca valutammo la sua professionalità in una realtà in cui serviva un messo d’aula. Era il più esperto. Non eravamo a conoscenza di rapporti di questo genere. Appresa la notizia ci siamo determinati di conseguenza e abbiamo adottato il provvedimento di sospensione. Non processiamo nessuno, aspettiamo che la giustizia faccia il suo corso e né svolgiamo attività investigativa”.

Aggiornato da redazione web alle 18.30 del 1 agosto 2018