Il collezionista di bambole di Joyce Carol Oates (traduzione di Stafania Perosin; Il Saggiatore) è una raccolta di sei racconti dove le bambole, viste sia nell’accezione di fantocci sia in quella di irresistibili e fascinosi strumenti del male, vengono governate dall’autrice in un intrigato mosaico narrativo dai tratti gotici e morbosi. Predatori trasformati in prede, bestie primitive abbandonate a se stesse, bambini adescati e dati in pasto a esseri mostruosi, creature ancestrali affiorate dagli abissi di paradisi equatoriali, la società americana con il cuore avvelenato che si obbliga a mantenere una patina dorata di perbenismo borghese, nascondendo malamente, nel retrobottega, gli orrori quotidiani, dalle fattorie del New Mexico, passando per i capannoni abbandonati e putrescenti del deep South, fino ad arrivare alla fatale costa dell’Atlantico. Con questa raccolta Joyce Carol Oates rimarca l’originalità del suo stile nel cercare di scandagliare il mondo a stelle e strisce, evocando, tra le righe, gli incubi di Breece D’J Pancake, Edgar Allan Poe e Breat Easton Ellis.

Disturbi di luminosità di Ilaria Palomba (Gaffi Editore). L’aspetto più interessante in questo ottimo romanzo dell’autrice pugliese è la riuscita sinergia tra il ritmo del punto di vista ottico della narrazione con l’elemento più lirico. Nascono immagini fortemente crude ed evocative, rudi ma al contempo dolci. Si tratta di un’opera di autofiction scritta con la tecnica del flusso di coscienza. Una protagonista senza nome che vaga da un posto all’altro in Europa nell’impossibile tentativo di sfuggire da se stessa, alle prese con abusi di droghe, torture, tentati suicidi e incomprensioni endemiche nella sfera sessuale. Una storia ben scritta, impregnata di simboli, che segue un’elaborata, ma leggibile, ricerca filosofica e poetica accompagnata da sonorità industrial alla Throbbing Gristle.

La vita è stanca di Batsceba Hardy (Miraggi Edizioni), l’artista dell’irrealtà, che vive nella rete, dove si rende visibile con la sua performance artistica continua, scrive un romanzo “berlinese” che potrebbe essere letto come un ping-pong tra una comparsa di Der himmel über Berlin con il protagonista di Brixton pop – The colour of memory. Nella metropoli tedesca due gemelli, un fratello e una sorella, si ritrovano trasformati, sono diventati sorella e sorella. Da questo cambiamento inizia – anzi, prosegue, perché la scrittura a montaggio fotografico permette anche di mescolare le istantanee – una carrellata dolce e armonica di un micromondo colorato e di zone d’ombra, una realtà assemblata tra sogno e veglia di gatti, senzatetto, animali parlanti, nuvole e fantasmi.

La signora della porta accanto di Yewande Omotoso (traduzione di Natalia Stabilini; 66thand2nd). Finalista all’International dublin literary award 2018 e al Longlist Baileys women’s prize for fiction 2017, questo ironico romanzo dell’autrice di Bardados, cresciuta in Nigeria e trasferitasi in Sudafrica, narra le vicende di Marion e Hortensia, la prima bianca, la seconda nera. Le due vivono, una di fronte all’altra, in un sobborgo di Cape Town, e si disprezzano da 20 anni. Marion ha uno studio di architettura, Hortensia è la guru del settore tessile. Ormai 80enni continuano a detestarsi, poi accade un fatto inconsueto, che le obbliga a una convivenza forzata e a rivedere il loro concetto di “amicizia”. Yewande Omotoso riesce, con una storia semplice a mettere sul piatto grandi problematiche non solo della società africana: l’emancipazione femminile e l’impatto del colonialismo sulle società autoctone.

Billie Holiday di John Szwed (traduzione di Elena Montemaggi; il Saggiatore). Rispetto ad altre opere biografiche sulla cantante statunitense, quella intrapresa dal professore della Columbia University è una strada che percorre su due binari paralleli: da una parte il mito, a fianco la vita privata. Isolando da una parte un’infanzia di stenti, il razzismo, l’abuso di droghe, la brutalità degli uomini, dal successo del jazz e del blues, Strange Fruit, la rivalità con Ella Fitzgerald viene fuori un ritratto lucido, inedito, commovente e spietato dell’artista. Grazie anche a un linguaggio epigono di quello new journalism alla Sherill Tippins, il testo di John Szwed è godibile e intelligente, e racconta tratti inusuali della musica e della cultura americana.