Lo Stato doveva capitolare con una Lancia Thema color bordeaux. Un “colpo di grazia” che avrebbe messo definitivamente in ginocchio le già deboli istituzioni democratiche: i partiti bombardati dagli arresti di Tangentopoli, il Paese dalle stragi Cosa nostra, il governo dimissionario e le Camere già sciolte. Andò in modo diverso. C’è un giorno che cambia la storia italiana. Quel giorno è il 23 gennaio del 1994 ed è una domenica: allo stadio Olimpico la Roma gioca contro Udinese. Ci sono bambini, famiglie, tifosi che vanno a vedere la partita. Ma anche carabinieri, centinaia di militari che garantiscono il servizio d’ordine dello stadio. Fuori dall’Olimpico, invece, c’è un uomo da solo: si chiama Gaspare Spatuzza e ha in mano un telecomando. È collegato alla Lancia Thema bordeaux, imbottita di tritolo e tondini di ferro perché è così che ha ordinato il boss Giuseppe Graviano: Spatuzza deve fare strage dei carabinieri, “un bel po’ di carabinieri, no due, tre, quattro”.  Graviano lo chiama “il colpetto” ma in realtà sarebbe stata la botta definitiva per mettere il Paese in mano a Cosa nostra. E invece il Paese finì saldamente in pugno a Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri: i due nomi che proprio in quei giorni di gennaio del 1994 Graviano indica a Spatuzza come i suoi interlocutori.

C’è anche la storia del fallito attentato allo stadio Olimpito nelle 5252 pagine delle motivazioni della sentenza sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra. Doveva essere l’ultima strage, la sesta in un anno e mezzo, quella più grossa, la peggiore di tutte. E invece – per fortuna – è saltata a causa di motivi tecnici: un guasto al telecomando, ha raccontato Spatuzza. Imprevisto provvidenziale: per anni di quella carneficina non si è mai saputo nulla. Nonostante sia probabilmente la più fondamentale delle sliding doors della storia recente. “Costituisce forte convinzione della corte, alla stregua del complesso di tutte le acquisizioni probatorie raccolte, che quell’episodio dell’attentato allo stadio Olimpico di Roma, passato quasi in secondo piano perché per fortuna fallito, se, invece, fosse riuscito ed avesse, quindi, determinato la morte di un così rilevante numero di carabinieri, avrebbe con ogni probabilità veramente messo in ginocchio lo Stato pressoché definitivamente dopo la sequenza delle gravissime stragi che si erano già susseguite dal 1992, ciò tanto più che l’ulteriore strage (la più grave per numero di vittime) sarebbe intervenuta in un momento di estrema debolezza delle Istituzioni a fronte di un Governo di fatto già dimissionario e di un Parlamento già proiettato verso le imminenti elezioni politiche nel contesto di una campagna elettorale particolarmente aspra per le scorie della cosidetta Tangentopoli che aveva travolto tutti i partiti politici tradizionali”, scrivono i giudici della corte d’Assise di Palermo a pagina 2842 del provvedimento con cui nei fatti riscrivono la fine della Prima Repubblica e la nascita della Seconda. 

“È ferma convinzione della Corte che senza l’improvvida iniziativa dei carabinieri e cioè senza l’apertura al dialogo sollecitata ai vertici mafiosi che ha dato luogo alla minaccia al Governo sotto forma di condizioni per cessare la contrapposizione frontale con lo Stato, la spinta stragista meramente e chiaramente di carattere vendicativo riconducibile alla volontà prevaricatrice di Riina, si sarebbe inevitabilmente esaurita con l’arresto di quest’ultimo nel gennaio 1993”, scrivono i giudici. Vuol dire che se gli uomini di Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno non avessero dimostrato voglia di interloquire con Cosa nostra le stragi di Roma, Firenze e Milano nel 1993 non ci sarebbero mai state.