Sergio Caputo ha abbandonato la “barba finta” di Io e Rino e si è presentato sul palco (Porta di Roma, sabato 7 luglio 2018) con tanto di stupefacente barba lunga e occhiali da sole. Il piglio sempre lo stesso: ironico, auto ironico, divertente, divertito, loquace e padrone della situazione, ostentando una corazza che forse, probabilmente, chissà, cela qualche timidezza. Ci piace pensare così.

Oltre che con numerosi aneddoti e battute spiritose, Caputo ha inondato il caldo e affezionato pubblico di esecuzioni precise e convincenti, sicuro come non mai della sua voce e della sua chitarra. Ci ha regalato così un concerto romano strepitoso, accompagnato da una band ancora più ricca delle formazioni pur sempre spettacolari di qualche anno fa, grazie a questi quattro musicisti tecnicamente super. Il tessuto sonoro è stato arricchito in particolar modo dai preziosi cori della bravissima e sorridente bassista Fabiola Torresi e del grandioso sassofonista e flautista Massimo Zagonari. Insieme a loro, i superlativi Alessandro Marzi alla batteria e Paolo Vianello al piano, hanno pervaso di potenza ed eleganza le ritmiche e le armonie dei più grandi e mai sopiti successi del cantautore romano.

L’appuntamento consueto per tutti noi, sconosciuti eppure uniti da un comune amore, è nei cori che partono sin dalle prime note di alcune tra le sue più famose canzoni come Sabato italiano, Italiani mambo, L’astronave che arriva, Spicchio di luna e la dolcissima più recente Straight for my heart. Collettivamente intoniamo strofe, pronunciando con dedizione le frasi e le parole che hanno reso Sergio Caputo unico nel panorama italiano. Forse in qualche caso la nostra padronanza è anche superiore alla sua memoria e infatti auto denuncia possibili amnesie.

Durante il concerto sullo sfondo vengono proiettate slide colorate con alcune frasi tratte dai suoi testi, non corrispondenti a quello che viene suonato e cantato in quell’istante, costituendo interessante scenografia a sé stante, a riprova di quanto il suo stile linguistico sia stato fondamentale nel decretarne il successo. E rimane un mistero come si riescano a mandare a memoria testi così articolati, eppure continuiamo a tirare fuori più e meno noti brani della sua lunghissima carriera, mentre lo attendiamo cantando sotto al palco, una volta finito lo spettacolo.

Come dimenticare quel suo utilizzo della parola, le tante citazioni anche colte disseminate qua e là nelle sincopate e scoppiettanti melodie, le visioni e i voli della mente che tutto ciò ha spesso creato, generando nei fan domande ed enigmi spesso rimasti tali. E d’altronde non ha deluso nemmeno quando in passato si è espresso nei suoi due libri Un sabato italiano. Memories e Disperatamente (e in ritardo cane).

Non è mancato un momento intimo quando Caputo ha eseguito una versione unplugged di Libertà, chitarra, voce e armonica, seguito da una sognante e splendida versione di Mettimi giù, di nuovo insieme alla band. La capacità di Sergio Caputo è di aver saputo reinventare più volte in questi anni le sue canzoni rendendole ogni volta nuove, sia che venissero arricchite di strumenti reali al posto dei synth anni Ottanta, sia che siano state scarnificate e portate all’osso come è capitato con il suo ultimissimo lavoro Oggetti smarriti, che comprende un singolo nuovo di zecca, e altri brani editi e inediti.

Forse il meglio della sua vena creativa musicale non è nel singolo Scrivimi scrivimi (al quale si deve riconoscere immediata orecchiabilità e una grande attualità e verità del tema), tuttavia la decisione di portarsi nelle nostre case attraverso questo album suonato con pochissimi elementi, come se lo avessimo invitato a un secret concert nel nostro salotto, è un’altra delle sue geniali trovate. Sergio Caputo ha fatto sognare generazioni di italiani disegnando ritratti sociali pur attraverso personalissime storie. È un artista fenomenale, poliedrico e sempre innovativo, insomma un creativo vero.