Scultore italiano, anzi, ciociaro (FR), 31 anni compiuti lo scorso 18 aprile e oltre 300mila follower tra Facebook e Instagram. Il suo nome? All’anagrafe e per i familiari (ma non sempre) Jacopo Cardillo, per i fan e per il mondo intero Jago: “Ho scelto di chiamarmi così tanti anni fa e alla fine è un po’ come se ci si abituasse a parlare un’altra lingua”.

Firmatario del ritratto Habemus hominem – un busto in marmo raffigurante Benedetto XVI spogliato della veste papale all’indomani della rinuncia al soglio pontificio -, Jago si segnala non solo per un approccio del tutto personale verso l’arte plastica ma anche per un’inedita strategia comunicativa, alimentata da un rapporto di totale adesione all’universo dei social network. L’abbiamo raggiunto a New York, dove si trova per il suo ultimo progetto e dove a novembre terrà un corso alla New York Academy of Art. “Quanto fa ride un ciociaro che abbandona l’accademia e poi viene chiamato a insegnare?” Già, perché il viaggio artistico di Jago non si è sviluppato in maniera “ortodossa”.

“Nel 2011 ricevetti l’invito per partecipare alla Biennale di Venezia – racconta Jago a Ilfattoquotidiano.it – Quando lo venne a sapere il mio docente, però, mi disse subito che avrebbe dovuto decidere lui se ero all’altezza di un evento del genere e mi suggerì di declinare l’offerta. Io non accettai questo suo consiglio, che poi era un ultimatum, e accettai la proposta. A quel punto si ruppe qualcosa e fui bloccato in quello che pensavo fosse l’unico percorso possibile per fare arte e per realizzarsi come artisti”.

Eppure hai continuato a inseguire la tua vocazione. Come hai cominciato?
All’inizio feci dei tentativi con le gallerie ma andarono molto male, cioè il mio lavoro comunque non veniva preso in considerazione. Soltanto successivamente ho scoperto che anche le gallerie hanno una poetica, quindi se a uno gli piace appendere i chiodi o le coccinelle sul muro sarà molto difficile che provi un interesse per il mio lavoro in marmo, capisci? Perciò anche in quel senso la mia esperienza era stata negativa e allora ho pensato: perché devo affidarmi a un intermediario?

Così hai deciso di occuparti direttamente della tua immagine e di affidarla ai social.
Già, ma quando io ho iniziato a utilizzarli (2010, ndr) Facebook non era quello che è oggi. Quindi fare un investimento di tempo e denaro lì significava essere pazzi. In più ero un ragazzino e un ragazzino con un’idea del genere è un ragazzino fuori strada, un ragazzino che non ha capito nulla.

Una scommessa vincente, insomma. Si può dire che il social oggi è parte integrante del tuo processo artistico?
Assolutamente, il social network è elemento compositivo della mia opera. Sapere che c’è qualcuno che ti guarda ti condiziona e questo ti permette anche di convogliare quelle attenzioni all’interno del lavoro, quindi chi partecipa diventa opera in qualche modo e ne gode in maniera molto migliore.

Jago_Il figlio velato

Il tuo ultimo progetto, Il figlio velato, lo stai scolpendo addirittura diretta streaming sulla tua pagina Facebook?
Sì è una scultura marmorea, una rilettura del Cristo velato del Sanmartino (conservato nella Cappella Sansevero a Napoli, ndr) in cui alla salma del Redentore ho sostituito quella di un bambino.

Un riferimento all’attualità?
Vedi, non mi piace fare retorica, ma ogni giorno sacrifichiamo migliaia di bimbi innocenti per il nostro benessere individuale, per la nostra idea di bellezza, per la nostra vita agiata. Quel Cristo, invece, rappresenta una persona che si è immolata per il bene della collettività. Quindi, un po’ per contrappasso, volevo rappresentare quell’egoismo che non ci permette più di offrirci agli altri ma che ci conduce a immolare proprio i più deboli per i nostri interessi. Ma, in fin dei conti, è anche un’immagine e niente di più, ognuno è libero di veder quello che vuole. Non voglio parlare per forza dell’oggi.

Qual è allora il tuo obiettivo?
Creare qualcosa che sia universale. Come Sex machine di James Brown, cioè la senti fra 100 anni suona sempre bene capito? Questa è la mia ambizione: fare qualcosa che sia per sempre, fuori dal tempo.

Che strumenti usi per scolpire?
Quello che uso lo puoi trovare dal ferramenta, non c’è niente da inventare. Cioè io adesso sto scolpendo e qua ho un pantografino, una matita e cinque scalpelli di cui ne uso tre. Gli altri li tengo lì per fare un po’ di scena. È come nella musica: un vero chitarrista usa tre pedali, quelli che gli servono tecnicamente per fare certe cose. La grande produzione è per l’amatore, ma un professionista… io posso lavorare con pochissimo perché so esattamente come arrivare al risultato.

Come funziona invece il tuo processo creativo?
Inizia tutto da un modello in argilla che preparo prima di aggredire il marmo. Per questioni di tempo e praticità. Mi costruisco pochi punti di riferimento che mi permettono di poter sgrossare molto velocemente il blocco. A quel punto vado con la mia sensibilità. Voglio essere libero di poter inventare nel marmo, motivo per cui mi lasco ampi margini di movimento. Tolgo solo il superfluo e quando raggiungo la forma che mi interessa, come volume, allora lì scolpisco. È nell’ultimo centimetro di lavoro che fai la differenza, è in quell’ultimo centimetro di possibilità che si realizza la scultura.

E quanto manca ora per quell’ultimo centimetro?
Considera che ho iniziato Il figlio a giugno e che sarà la mia opera per il 2018. Quindi devo concluderla entro l’anno.

Per Il figlio velato hai lanciato anche una campagna crowdfunding. Ce ne vuoi parlare?

È semplicemente un modo per dare alle persone l’opportunità di poter trasformare quella partecipazione di cui parlavo rispetto alla Rete in qualcosa di concreto, che rimanga per sempre. Infatti ho deciso che, anche nel caso in cui la cifra richiesta non dovesse essere raggiunta, donerò comunque la scultura a un museo di Napoli, sarà il mio regalo alla città e al mio Paese.

Come mai hai deciso di lasciare l’Italia?
Non è stata una mia scelta, anzi. In Italia però quello che sto facendo, purtroppo, non l’avrei potuto fare. Lavoro con delle partnership e devo essere disposto a muovermi per raggiungere chi mi sostiene. Tra l’altro io ora non è che sto a Manhattan. Qua è una zona industriale e ogni giorno mi faccio un’ora in bicicletta per stare dentro un capannone dove si soffoca perché ce stanno 90 gradi all’ombra.  È come se lavorassi sull’asse attrezzato di Frosinone. Poi sì, uno vede la storiella su Instagram che è bella, simpatica ma quello è uno svago. Anch’io ho un mutuo e parte dei miei guadagni vanno alla mia famiglia. Sono felice ma non è facile.

Come credi che lo Stato potrebbe intervenire per cambiare le cose?
Per cominciare credo gli artisti non dovrebbero pagare le tasse. O comunque pagarne un minimo, perché purtroppo è un dramma. Tu immagina un ragazzo che fa una, due opere all’anno e poi le vende a poco. Se deve aprire la partita Iva con il 50% che se ne va in tasse lascia stare. Stiamo facendo rinunciare intere generazioni all’opportunità di contribuire alla formazione di quello che sarà il nostro bagaglio culturale futuro. Gli artisti invece dovrebbero essere favoriti in tutto questo, perché se fra 100 anni un ragazzo davanti a un bel panorama sarà in grado di sussurrare alle orecchie della donna che ama delle dolci parole sarà perché un poeta oggi avrà potuto instillare in quei versi delle emozioni.