L’incantesimo si è spezzato, ormai. Anche quello degli anniversari. Domenica 8 luglio ricorreva, per esempio, quello dell’ultima vittoria della Germania Ovest, in finale a Italia ’90 contro l’Argentina. Con la caduta del Muro, di lì a poco le due Germanie si sarebbero riunificate, e il primo concreto esempio venne dal calcio, con una nazionale “mista”. Nel 1990, andò in scena all’Olimpico di Roma la rivincita del Mundial messicano del 1986, quello reso immortale dalla “mano de Dios”, il gol disonesto di Maradona che stese con quel pugno illegale gli inglesi. L’arbitro non vide o fece finta di non vedere, il dubbio resta. La noiosa finale del 1990 non lascia tracce agonistiche ma polemiche. Viene decisa da un discutibile calcio di rigore a cinque minuti dalla fine. Un fallo lieve di Néstor Sensini su Rudi Völler. Realizza Andreas Brehme. Diego Armando accusa la mafia di complotto, dice che così ha consumato la vendetta per la sconfitta dell’Italia alla Coppa del 1978, quando gli azzurri furono eliminati in semifinale dall’Argentina al tempo della dittatura di Jorge Rafael Videla.

Ma incombono anniversari non solo del calcio. Anche quelli dei letali calci alla libertà d’informazione. Oggi è il 9 luglio. Lo stesso giorno, nel 2004, a Mosca uccidono il giornalista russo-americano Paul Klebnikov: suo nonno era stato ammiraglio della Russia bianca, assassinato dai bolscevichi, un antenato aveva fatto parte della rivoluzione decabrista del 1825. Dirigeva da pochi mesi Forbes Russia, aveva pubblicato inchieste su corruzione e riciclaggio di denaro della nuova nomenklatura dell’ex Unione Sovietica. Non solo: aveva indagato sull’evasione fiscale in Italia. Era stato preveggente nel denunciare l’aumento della xenofobia in Europa. Quello che si dice un ficcanaso scomodo, la razza dei giornalisti temuti e per questo demonizzati (vedi Matteo Salvini, Silvio Berlusconi, etc.). Nel Duemila appare The godfather of Kremlin: Boris Berezovsky and the looting of Russia. Lo aggrediscono per strada, lo uccidono con numerosi colpi di pistola. La brutta fine degli oppositori al tempo di Vladimir Putin. Non bisogna mai smarrire la memoria e la nostra indignazione, non bisogna lasciarla sbianchettare dal panem et circenses: decine e decine di giornalisti, come Khlebnikov e Anna Politkovskaja, hanno pagato con la vita aver cercato di difendere la società civile e la libertà di stampa russe dalla rapacità delle mafie e dei politici.

Ma torniamo al Mondiale. Al risveglio che riporta i russi alla realtà. E alle prime recriminazioni. Dopo le illusioni dolorosamente infrante, qualche piccola crepa comincia infatti ad incrinare la narrazione felice e fiera dell’avventura Mondiale. Cominciano a girare, per esempio, impietose prese in giro. Come un tweet firmato @Cermlino, che scimmiotta il Cremlino: “La squadra ha saltato abbastanza alto, però abbiamo sperato che l’energia sarebbe bastata per arrivare nello spazio”. La metafora cosmica ha una sua ragione: è legata ad un murale di MilloSan Pietroburgo.

I russi chiamano gli uomini al potere “la banda di Piter”. Piter, nel gergo popolare, è sinonimo di San Pietroburgo. La città di Putin e di Dmitrij Medvedev, ma anche di tanti altri boss del Cremlino. In una strada di Piter campeggia un enorme murale dedicato a Stanislav Cherchesov, il baffuto allenatore della nazionale, realizzato dall’HoodGraffTeam che hanno sfruttato un verso della canzone Kosmos (2000) di Sergei Shnurov, leader e fondatore del popolare gruppo rock “Leningrado”: “Tu sei spaziale, Stas”, come dire, “tu sei straordinario, Stanislav”. Nel murale Cherchesov punta l’indice verso l’alto, più che un monito, un invito a crederci, a pensare di poter conquistare quel che sembrava impossibile, ossia il Mondiale, cioè lo spazio calcistico.

Ebbene, da oggi, questa descrizione è inesatta. Non solo perché la Russia non andrà avanti nel Mondiale. Ma perché Cherchesov in quel murale non punta più l’indice: gliel’hanno cancellato. Il dito amputato è stato dipinto di rosso. Il colore del sangue è anche il colore delle ferite inferte in battaglia. C’è già chi si fa fotografare accanto alla mutilazione. Come testimonia (ore 10:15 di questo 9 luglio) l’immagine postata su Twitter da FederalCity.ru.

Altro cruccio dei russi: come è finita la vicenda non molto sportiva di Domagoj Vida e Ognjen Vukojević, i due croati che avevano inneggiato dopo la sconfitta della Russia ai rigori gridando “Gloria all’Ucraina!”, peraltro non un’invocazione qualsiasi ma il saluto dei nazionalisti ucraini più accesi? Il terzino Vida se l’è cavata con una reprimenda da parte della federazione croata (resta in piedi tuttavia l’indagine Fifa) e così, salvo sorprese dell’ultima ora, potrà disputare la semifinale contro l’Inghilterra. Intanto, tv e giornali l’hanno messo alla gogna: è un violento, beve come una spugna, provoca incidenti in auto. Il ritratto del calciatore che guadagna milioni e si comporta come un bullo. Chi paga, invece, è l’ex calciatore Vukojevic, che oggi lavora come scout per la Dinamo di Kiev e che è stato cacciato dalla delegazione della nazionale croata.

I veleni, dunque, accompagnano la fase decisiva del Mondiale. E non sono veleni da poco: uno è il micidiale Novichok. Premessa: Putin è costretto a far buon viso a cattivo gioco. Le quattro migliori squadre del “suo” torneo sono tutte nazionali di Paesi membri dell’Unione Europea, che lui vorrebbe sempre più debole e divisa al suo interno (infatti, finanzia partiti e movimenti sovranisti, da Viktor Orbán a Marine Le Pen). Peggio: sono pure membri dell’aborrita e nemica Alleanza atlantica. Che non ha perso l’occasione per rilevarlo, via tweet: “Tutte e quattro le semifinaliste sono Paesi Nato”. Una forzatura, ovviamente. Che dimostra come la strumentalizzazione politica abbia fatto irruzione, senza più freni e mediazioni diplomatiche, al Mondiale da sabato sera (coi croati). È saltato il patto della neutralità.

Emmanuel Macron, che è molto critico col Cremlino, presenzierà alla semifinale della Francia col Belgio. Macron non eviterà di punzecchiare Putin sulla libertà di espressione, sul caso di Oleg Sentso, il regista ucraino in galera per accuse di terrorismo che forse sono una montatura. L’ha già fatto. Se i “galletti” batteranno i rivali fratelli del Belgio, gonfierà il petto e sarà più tracotante che mai.

Dicevamo del Novichok, il gas nervino i cui effetti si stanno manifestando pure al Mondiale. Gli inglesi vogliono assolutamente arrivare in finale ed essere così la prima squadra Brexit a riuscirci in una competizione di questo livello. I tifosi britannici chiedono che Theresa May assista alla cruciale semifinale contro gli stanchi croati, debilitati dalle ultime due partite concluse ai rigori, quindi vittima quasi designata dei “Tre leoni”. Sarebbe la prima finale conquistata, dopo la vittoria del 1966. Un evento storico, per gli inglesi che vantano già un record: il 43% dei calciatori semifinalisti milita nella Premier league. Ma la May aveva ventilato il boicottaggio delle autorità inglesi e poi cavalca la linea dura delle sanzioni contro Mosca. I successi dell’Inghilterra parevano aver ricomposto in parte la frattura diplomatica coi russi e, forse, all’eventuale finale qualcuno del governo (se non la stessa May) avrebbe potuto essere presente nel palco delle autorità, assieme a Putin (magari non accanto). Un pasticcio, insomma: da un lato l’intransigenza della May. Dall’altra, gli inglesi che reclamano il sostegno pubblico dei loro dirigenti, in nome della causa nazionale. Altro che neutralità del calcio!

Poi, il 30 giugno (il giorno degli ottavi di Uruguay-Portogallo 2-1 e Francia-Argentina 4-3), due coniugi anziani di Amesbury restano avvelenati da Novichok, lo stesso agente nervino che era stato usato contro l’ex spia russa Sergej Skripal e sua figlia Julija a Salisbury il 4 marzo scorso. La notizia, però, resta top secret per quattro giorni. Infine trapela. La tensione fra Londra e Mosca aumenta di nuovo. Non come ai livelli dei mesi scorsi. C’è prudenza, gli analisti vogliono vederci chiaro in questa seconda contaminazione. Per la prima la Gran Bretagna aveva accusato la Russia di essere responsabile dell’attacco. Sull’eventuale connessione con la seconda vicenda, c’è stata cautela (politica).

Cautela che è saltata domenica, quando è morta Dawn Sturgess, la donna esposta al Novichok. L’alibi consentirà alla May di disertare l’imbarazzante appuntamento per le finali. Un elemento in più per attizzare le polemiche. A Mosca, in effetti, si accusa gli inglesi di voler sabotare il successo mediatico (e quindi politico) dei Mondiali. I media e i siti d’informazione del web hanno sottolineato la coincidenza tra la divulgazione dell’avvelenamento di Amesbury nei giorni che precedevano una possibile semifinale tra Russia e Inghilterra. Tra le obiezioni più citate, quella sul mancato invito di esperti russi per collaborare con le indagini: come mai, se gli inglesi non hanno nulla da nascondere? Dicono che i nostri specialisti sarebbero di parte: e i loro? Accusano i servizi russi, non potrebbe essere invece una macchinazione dell’intelligence britannica?

In fondo, la sconfitta della Russia è stata opportuna. Un sacrificio sull’altare della geopolitica. Ha evitato problematiche complesse e difficili da affrontare: compresa pure quella della feroce e ingestibile rivalità degli ultras russi contro gli hooligans, senza trascurare le inevitabili conseguenze alla sconfitta russa in campo. Chissà, ma il primo rigore sbagliato dallo sciagurato bomber russo Fedor Smolov, era proprio un errore? Il “cucchiaio” è un gesto tecnico a lui estraneo e infatti l’ha eseguito in modo maldestro. Hanno giustificato la sua scelta come dovuta ad un attimo di follia e irresponsabilità (vi ricordate Simone Zaza?). Il cittì Cherchesov dopo la prima non brillante partita contro l’Arabia Saudita (sostituito al 70’), non l’aveva più schierato nella formazione base. Non senza ragione.