In questo istante, il post segna oltre 152mila like, più di 18mila condivisioni e una galassia di commenti, tra il solito, stantio “critico ergo sum” e le laudi che si innalzano a San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti.  Ma ciò che più impressiona delle razioni alle righe con cui Enrico Mentana annuncia la (prossima) nascita di un giornale fatto da giovani, non è il conteggio social ma il contagio sociale. L’euforia sulle tastiere, l’allucinazione collettiva di un luogo bianco e ameno, nuovo e incalzante, in cui crescere sotto l’ala di un protagonista dell’informazione. Una scuola socratica per giornalisti 2.0 che giovanissimi, giovani e non più giovani bramano in modo segretamente palese, celando un curriculum dietro ogni like.

Ma guardando col sentimento del contrario di Luigi Pirandello, che va “oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro” ecco spalancarsi tre drammi di un’Italia che non si raccapezza.

1. Il primo, ed è inutile dilungarsi, è quello del giornalismo indebolito nelle risorse e nella credibilità, che orgogliosamente si sbraccia in una spirale di gratuità e compromessi, sopravvivenza e mercato. Un vortice che comincia già con l’iscrizione all’albo, miraggio in fondo a due anni di schiavitù continuativa in una redazione qualunque, con casi accertati di finti pagamenti se non di ragazzi paganti.

2. Il secondo, urlato, è la ricerca di una guida. In un proliferale di nuovi online, isole della speranza spesso autogestite, sono pochi i maestri di giornalismo ancora in circolazione con la pazienza e la perseveranza e l’abnegazione e la filantropia per far crescere una nuova leva.

3. Il terzo è più vasto: cosa vuol dire essere giovani oggi, in Italia? Domanda sospesa su una voragine generazionale, tra bordi distantissimi di vecchi Peter Pan e ragazzi inesperti che spulciano annunci “cercasi, con esperienza”. Nel mezzo, la generazione cancellata che non ha mai avuto la sua occasione, che si convince di essere giovane perché lo è nel costume, non all’anagrafe.

Tempo fa ho scritto di quella generazione perché ne faccio parte. Il sogno del giornalismo è (era?) anche il mio: raccontare il bene del mondo per farne esempio, il male per cambiarlo. Ma intanto il mondo ti cambia e all’esperienza, all’orgoglio per una testata importante, agli attestati di stima, seguono le bollette e l’affitto, le necessità di una necessaria indipendenza.

Così oggi per me e per tantissimi altri che ho incontrato, il fuoco del giornalismo brucia ma non riscalda, passione ma non professione. Scrivo questo blog con riconoscenza verso l’opportunità che questo giornale mi ha dato, insegno (e intanto imparo) giornalismo all’università, in una redazione sperimentale che ogni anno dà a decine di ragazzi la possibilità di misurarsi sul campo col mestiere. Niente comunicati copia-incolla, le agenzie servono solo come pista per mettersi in cammino, scavare e sporcandosi imparare. È pensando a ogni studente di quella redazione che trovo i perché no e i perché sì alla proposta di Mentana.

I no cominciano con “no, non è la soluzione a tutti i mali”, “no, probabilmente non avrà 150mila redattori”, “no, non salverà il giornalismo”. Il giornalismo si salverà quando qualcuno riuscirà a compiere un ragionamento così laterale da superare il concetto stesso di giornale come strumento d’informazione. Non aggiustare il giornalismo, non rinnovarlo, ma trovare una chiave nuova per attuarne e attualizzarne gli eterni principi.

I sono solo due, ma grandi. Sì a ogni impresa – nel senso finanziario e mitologico del termine – che dia ai ragazzi, anche pochi, la possibilità di camminare con la schiena dritta. Sì a ogni iniziativa che attiri l’attenzione di nuovi, anche molti, giovani lettori. Quest’Italia e questo mondo hanno un bisogno grande di occhi curiosi, di perché, di senso critico. Una volta un giornalista importante mi disse: “Informarsi è il primo passo per migliorare le cose, a cominciare da noi stessi”.

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