Bimbi lontani dai migranti per la vaccinazione all’Asl. Lo chiede il sindaco di centrodestra di Domodossola, Lucio Pizzi. “I bambini non vengano vaccinati nella stessa stanza dei richiedenti asilo”, ha scritto al nuovo direttore generale della locale azienda sanitaria. “I bambini piccoli – sostiene il sindaco – non hanno completato il ciclo di vaccinazioni e sono quindi esposti mentre i migranti non hanno alle spalle anamnesi che possono escludere situazioni di pericolo per la collettività, anzi sono spesso portatori di malattie contagio”.

Pizzi era già stato autore in passato di altre campagne tese a diminuire il numero di richiedenti asilo in città. Aveva anche chiesto al Prefetto – senza però ottenerlo – un “coprifuoco“, per imporre ai migranti di rientrare nei loro alloggi alle 20. Per l’assessora all’Immigrazione della Regione Piemonte, Monica Cerutti, è una proposta “assurda”, mentre l’assessore alla Sanità Antonio Saitta ricorda che “il diritto alla salute va garantito a tutti”.

Questa la notizia. La domanda che mi faccio riguardo a tale iniziativa è se sia giustificato creare un allarme sociale e imporre misure discriminatorie per un problema del genere. Come specialista condivido l’opinione dell’assessora piemontese che si tratti di una misura assurda e di seguito spiego perché, analizzando in breve (senza entrare nel dettaglio tecnico per ovvi motivi di spazio) la fondatezza del provvedimento che coinvolge l’attività lavorativa e la sicurezza di accettazioni e pronto soccorso.

Le popolazioni di migranti che giungono nel nostro Paese, anche con mezzi di fortuna, quando vengono radunati nei centri di prima accoglienza, vengono sottoposti a approfonditi controlli sanitari, secondo linee guida emanate dallo Sprar a marzo di quest’anno relative alla tutela della salute dell’emigrante, atti a fornire aiuto a chi ne ha bisogno e istituire presidi di prevenzione per tutti. Vengono pertanto non solo raccolte anamnesi clinica, familiare e sociale, focalizzate soprattutto su tubercolosi, malaria, infezione sessualmente trasmesse, Hiv, parassitosi, epatiti B e C ed effettuate visite mediche mirate e complete alla ricerca di sepsi, traumi o esiti di torture per prestare le cure del caso, ma sono praticate anche vaccinazioni ai bambini fino ai 14 anni di età per porli in condizioni uguali ai pari età nativi.

L’obiezione principale da fare nei riguardi del provvedimento è pertanto che in realtà le autorità sanitarie nazionali hanno già preso in considerazione il problema di estendere alla popolazione dei migranti la stessa offerta medica dei connazionali. A cosa potrebbe quindi servire questa inutile e cervellotica delibera? Ci sono delle procedure, delle precauzioni speciali da prendere a scopo di prevenzione di malattie infettive in sede di accettazione o pronto soccorso?

In generale non ci sono indicazioni, a meno che le autorità non abbiano affermato per motivazioni serie la necessità di metterle in atto. In primo luogo, infatti, vanno escluse da qualsiasi sospetto (spero) tutte le malattie che si possono diffondere per via ematogena (cioè per contatto con sangue infetto, ad esempio attraverso una ferita) o per via oro-fecale. Non posso immaginare nell’ambito limitato e credo controllato di una sala d’aspetto comportamenti così bizzarri e anormali da parte di chiunque da suggerire una misura di costrizione del genere. Mentre per le malattie trasmissibili per via aerea, cioè attraverso il respiro, si può ipotizzare la possibilità che si possa differenziare l’accesso in rapporto al rischio respiratorio in oggetto.

In caso di una sosta, che può anche prolungarsi più del dovuto, in una sala di aspetto sanitaria e per il fatto che il personale segnali la reale presenza di un rischio del genere, si può ricorrere al rispetto di alcune semplici procedure per la prevenzione, come ad esempio l’uso di mascherine di secondo livello fornite alla bisogna dagli infermieri. In caso di forti afflussi di pazienti in corso di periodi epidemici, come nel caso delle riaccensioni stagionali dell’influenza, allora effettivamente è consigliabile organizzare una sala d’aspetto dedicata, per meglio ordinare il disbrigo delle urgenze. Ma questo provvedimento, assunto per autorità della Direzione sanitaria, va comunque diretto a tutta la popolazione, indistintamente dalle differenze anagrafiche. Non è previsto, per obbligo costituzionale che ci siano interventi diversi in rapporto a religione, razza o etnia. E come se non bastasse sussiste anche l’evidenza scientifica del fatto che il rischio di contagio, anche per le forme più letali di malattia respiratoria, è conferito soprattutto dai connazionali, per il semplice motivo che la popolazione nativa è 20volte maggiore di numero.

Non abbiamo pertanto nulla da temere da un punto di vista sanitario da parte dei nostri ospiti extracomunitari. Ed è quindi eticamente riprovevole e sbagliata sotto tutti i punti di vista la delibera del sindaco di Domodossola (città ahimè medaglia d’oro della Resistenza). L’”apartheid de noantri” è semplicemente un provvedimento da ritirare quanto prima. Dobbiamo gridare basta agli allarmi razzisti! Un altro suggerimento: sbrigarsi a fornire a tutti i migranti che entrano in Italia un trattamento clinico e farmacologico uguale a quello che viene fornito ai connazionali, secondo le linee guida dello Sprar. La salute altrui è la migliore garanzia per la conservazione della nostra e di quella di tutti. I microrganismi non sono razzisti.