C’è un’inchiesta a Venezia per corruzione in atti giudiziari in cui risultano indagati due magistrati. Cuore dell’indagine il tentativo di condizionare le procedure del Csm per la nomina dei capi degli uffici giudiziari. Partite che di solito si giocano sul filo di uno o due voti. La notizia, rivelata dal Corriere della Sera, arriva nelle pagine di cronache giudiziarie proprio il giorno in cui il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, parla davanti al plenum del Consiglio superiore della magistratura annunciando che il governo intende impedire per legge il ritorno delle toghe ai tribunali dopo il passaggio in politica.

È stato proprio il mancato concerto, di solito un via libera senza ostacoli, del Guardasigilli per una toga proposta dalla commissione al plenum a rivelare l’esistenza dell’indagine. Con una nota Bonafede ha quindi informato l’organo di autogoverno dei magistrati che al ministero, al Pg della Cassazione e al Csm stesso, era arrivata la comunicazione della procura veneta. L’inchiesta del procuratore aggiunto, Adelchi D’Ippolito, ha per protagonista un curatore fallimentare che avrebbe organizzato e pagato la trasferta a Roma di due magistrati lombardi (un aspirante al momento dirigente del settore civile) e un giudice penale di Cremona, in passato capo dei gip ed ex giudice fallimentare.

Il viaggio nella Capitale doveva servire a sposorizzare con un componente laico del Csm eletto dal centrosinistra la possibilità a far ottenere i voti necessari per far vincere il magistrato che già poteva contare sui voti dei magistrati in quota centrodestra. Alla trasferta romana, con tanto di cena per componente laico, ci si sarebbe arrivati grazie al contatto del giudice penale e il curatore fallimentare motlo amico di un avvocato cassazionista socio dello studio legale del consigliere del Csm. A pagare cena per cinque persone e pernottamente in un albergo del centro è stato, stando a quanto riporta il quotidiano di via Solferino, sarebbe stato il curatore che pochi giorni prima proprio da un collegio presieduto dal magistrato in lizza aveva assegnato un incarico professionale. Se questi comportamenti sono penalmente rilevanti sarà un giudice a stabilirlo e anche se è materia da illecito disciplinare.

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