Da qualche anno i Berliner Philharmoniker hanno deciso di produrre alcuni box di una cura infinita, preziosamente confezionati con un inconsueto formato rettangolare molto allungato. Contengono un nutrito libro con foto, oltre ai soliti dettagliati commentari e i normali audio Cd (ma anche Sacd), offrono poi dei BluRay con le tracce audio in qualità master non compressa e spesso dei reperti video estremamente interessanti.

La nostra piccola rassegna parte da un box schubertiano tra i più interessanti degli ultimi anni, ovvero quello inciso postremamente da Nikolaus Harnoncourt con i Berliner tra il 2003 e il 2006 e pubblicato due anni fa. Del compianto maestro avevamo già una preziosa integrale incisa con l’orchestra del Concertgebouw di Amsterdam. Questa lettura berlinese si caratterizza per una maggiore asciuttezza, ancora di più, vorremmo dire.

Difficile esprimere lo stupore del sentire un pezzo arcinoto, super eseguito, strainciso come l’Incompiuta come fosse una novità assoluta: bellezza di fraseggio, suono orchestrale magnifico, miracoloso equilibrio tra i vari gruppi strumentali e infine i tempi, rilassati e tuttavia mobili. Stesso iridescente effetto per la bellissima Terza. La Quarta pure è finemente cesellata, il direttore si concentra sul fraseggio che rimane sempre un po’ ruvido, quasi campagnolo, senza alcuna raffinatezza intenzionale, eppure quale magnificenza! Si sente una particolare viennesità di accenti, che del resto Harnoncourt aveva teorizzato: una specie di vernacolo musicale che si estende da Franz Schubert a Ludwig van Beethoven su su fino ad Anton Bruckner, quando non fino a Gustav Mahler e che pare di sentire distintamente in certe pagine più “popolari”, una tipica inflessione che i Berliner riescono a declinare perfettamente. Arricchiscono il box due messe (la quinta e la sesta) e Alfonso und Estrella.

Altra perla della collana è senz’altro il bellissimo box contenente l’ultimo concerto di Claudio Abbado con quella che era stata la “sua” orchestra per anni, dopo la morte di Herbert von Karajan. Programma insolito per Abbado che si apriva con la raffinatissima suite del Sogno di una notte di mezz’estate di Felix Mendelssohn e si concludeva con la Sinfonia fantastica di Hector Berlioz, capolavoro che non aveva mai eseguito con la compagine berlinese.

Un programma che potrebbe avere come titolo La vita è sogno, perché il gioco sembra svolgersi dalle favolose vicende delle fate al vero e proprio trip acido della trama della Fantastica, difficile non collegarlo alla circostanza stessa del concerto: un direttore oramai minato dalla malattia che però riesce a vedere ancora nella vita uno spettacolo dal mutevole aspetto, dal sorprendente e deformante fascino. Sebbene visibilmente malato Abbado sapeva però plasmare le frasi delicate di Mendelssohn con una semplicità da maestro zen. Ecco, questa celebrazione della vita nella musica, con la scelta di partiture nello stesso tempo umane e oltreumane, dà un’ulteriore conferma della grandezza di un musicista come Abbado, che mai aveva scelto a caso i suoi programmi e che si è congedato dal suo pubblico e dalla “sua” orchestra con un programma giovane, fresco, come ad aprire un ciclo e non a chiuderlo.

Nelle ultime incisioni e negli ultimi concerti il maestro aveva mantenuto intatta la freschezza di approccio che aveva trovato al ritorno sul podio dopo il primo attacco della malattia: un nuovo sconvolgente modo di articolare il discorso musicale, una visione multicolore e si vorrebbe dire multidimensionale, dove l’analisi rigorosa del dettato – che era stata una delle sue prerogative caratterizzanti fin dagli esordi, legata alla tensione emozionale fortissima –  si erano finalmente sciolte e risolte in una sorta di unione mistica con la musica stessa, che gli permetteva di restituire le più intricate e complesse partiture con la (apparente) semplicità di un discorso per bambini.

Questo è senz’altro vero anche per la Fantastica, sinfonia-manifesto del più geniale dei compositori francesi dell’Ottocento a cui Richard Wagner tanto doveva. Abbado ne modella le pagine con tocco di piuma ottenendo sonorità traslucide più che massicci fortissimo, che tanto piacciono a certi direttori bombastici. Ecco la peculiare sonorità francese che il direttore milanese aveva affinato in certo Claude Debussy e Maurice Ravel, forse abbiamo qui il Berlioz più impressionistico della storia del disco e quale meraviglia! Un dono ultimo di quel musicista, di quell’uomo immenso.