Meglio un dinosauro un po’ selvaggio oggi che un uomo un troppo cattivo domani. Jurassic World – Il regno distrutto, l’ultimo capitolo del ricco franchise nato dalla penna di Michael Crichton nel 1990, è forse il primo blockbuster animalista della storia. Pterodattili, triceratopi e tirannosauri non sono più minacce totalizzanti modello Squalo di Spielberg ma sostituiscono nel cuore dello spettatore Lassie e Babe maialino coraggioso. Sì, perché quando Blue la femmina di velociraptor salva l’umano Owen (Chris Pratt) da morte sicura e si fa grattare il musino, o quando un brontosauro lasciato alla mercé della lava di un vulcano urla disperato alle navi degli umani che scappano, ti si stringe il cuore e capisci che in cabina di regia e allo script la variazione spinta sul tema animali in estinzione non può comprendere più solo i teneri panda del WWF ma anche i feroci bestioni dell’età giurassica rimessi al mondo da scienziati folli. La Terra è anche loro: bisogna rispettarli ed imparare a conviverci, non farli finire come merce di scambio, carcasse da friggere col pungolo, canini da estirpare come con le zanne d’elefante.

In Jurassic World – Il regno distrutto tutto ricomincia dall’isola di Nublar con tanto di vulcano in eruzione. Là dove ci sono le macerie del parco a tema eternamente distrutto arriva la spedizione apparentemente ecologista del ricco magnate Lockwood con l’obiettivo di salvare i dinosauri clonati e sopravvissuti alla distruzione del parco da lave e lapilli vulcanici (“lasciamoli vivere in pace in un rifugio senza gabbie e turisti, hanno bisogno della nostra assenza”). Con i mercenari armati ci sono anche alcuni giovani etologi della lega protezione dinosauri, come del resto il muscoloso addestratore e studioso di velociraptor Owen e la bella Claire che l’ha riportato sull’isola. Solo che il manipolo, prontamente assaltato da un paio di tirannosauri imbestialiti, catturerà gli animali prima che la lava li abbrustolisca con il fine nefasto di farli diventare merce di scambio ingabbiata per trafficanti privi di scrupoli pronti all’asta milionaria nella villa del magnate. Toccherà a Owen e Claire, assieme alla nipotina di Lockwood, contrastare la riffa dei cinici mister Mills e mister Eversol. Jurassic World – Il regno distrutto è un’autentica apnea avventurosa modulata sulla costruzione omogenea di rapide sequenze d’azione che brillano per movimenti di macchina a trecentosessanta gradi come a sfondare ogni possibile limite naturale. L’abilità del regista spagnolo J.A.Bayona (Sette minuti dopo la mezzanotte, The Orphanage), che entra in corsa nel quinto capitolo dopo la parentesi di Colin Trevorrow qui allo script, è racchiusa in un’idea di cinema espressionista giocato più sull’oscurità delle ombre che sui pur presenti sprazzi caldi di luce (l’inquadratura notturna dell’Indoraptor sul tetto con la luna tra le nuvole sullo sfondo è di una poeticità abbacinante).

L’inedita chiusura spaziale in interni dello scontro uomo/dinosauro della seconda parte (si legga, su tutto, la sequenza del museo dei dinosauri), dopo una prima parte di fuga dall’isola abbastanza convenzionale anche se con ritmo forsennato e fluire credibile di situazioni di pericolo (la sfera di vetro che cade in acqua è claustrofobia pura), è un capolavoro fiabesco insufflato originalmente dentro al caravanserraglio acritico dell’algida digitalizzazione hollywoodiana, un po’ come la scheggia impazzita flamboyant del cinema di Guillermo Del Toro. Oltretutto la bambina che accompagna i due adulti protagonisti, privata di infantilismi idioti diventa un vettore favolistico non da poco, tutta immersa nella sua cameretta di disegni animaleschi stilizzati sulle pareti e libri fotografici antichi. Il Jurassic firmato Bayona palpita così con un cuore di dolcezza animale che stupisce e commuove. Il percepibile dolore delle bestie ingabbiate e sfruttate è il personaggio in più del film, sottotesto politico scalciante che quasi scosta il testo di genere masticato ovviamente con disinvoltura tecnica e narrativa. La miscela di sguardo tra rispetto e timore verso l’ingombrante presenza dei dinosauri ricreati artificialmente dall’uomo si materializza nel sottofinale che ricorda il finale di un film italiano del 1979 con Bud Spencer e Terence Hill, Io sto con gli ippopotami. In fondo non c’è bisogno del solito gancio superficiale per rilanciare il sequel. Al franchise di Jurassic Park basta richiamare gli effetti ineluttabili degli atti compiuti avidamente dall’uomo contro una natura che poi presenta sempre il conto. È il segreto lungimirante che si trova alla nascita della saga. Radici solide nel passato per stupire ogni volta nel futuro.