“Tutto non è abbastanza” diceva in Loro un Silvio Berlusconi infastidito e saturo, appropriandosi di una frase sentita da altri per riassumere uno stile di vita. Lì, infatti, in quel mondo splendente e rigoglioso che si fa specchio delle illusioni di chi lo vuole toccare, tutto – quel tutto che sembra così a portata di mano da essere sempre disponibile – non era mai “abbastanza”, perché la bulimia dell’essere non si risolve mai, ma si realizza solo in un inseguimento perenne e vano.

Ne La terra dell’abbastanza – incisivo film d’esordio dei fratelli D’Innocenzo già accolto molto bene all’ultima Berlinale e da oggi in sala – invece, il tutto non è nemmeno contemplato come possibilità, non è nell’orizzonte di chi vive nell’eterno presente della vita arraffata per la coda. Si vive, o si spera di vivere, solo nell’abbastanza, un abbastanza che dovrebbe essere un luogo, una terra e forse anche una condizione, se si riuscisse a raggiungerla.

La terra dell’abbastanza racconta infatti la vita di Mirko e Manolo (Matteo Olivetti e Andrea Carpenzano), due ragazzi di una periferia desolata e secca, nella quale l’unica aspettativa è finire presto l’alberghiero per trovare un lavoretto. La vita sembra aprirsi appena di fronte alla spensieratezza dei due ragazzi. Ma subito sembra richiudersi, perché nella loro avventatezza di adolescenti che guidano la macchina prima del tempo, una sera investono e uccidono un uomo che non avevano visto. Il mondo gli crolla addosso, e i due non sanno che fare se non correre dal padre di Manolo (Max Tortora), altro disgraziato reietto che vive in una sorta di garage.

Per loro fortuna il morto era un pentito della mafia locale ricercato dal boss della zona (Luca Zingaretti). Dunque la sua morte è un grosso favore ai clan. Per Manolo e per il padre è l’occasione di una svolta, l’ingresso nel mondo della malavita. E anche Mirko grazie all’amico potrà entrare nel giro. Comincia così una discesa all’inferno fatta di droga e prostituzione, vendette e soldi facili raccontata con l’asciuttezza narrativa e visiva tipica del miglior cinema italiano di oggi (da Non essere cattivo di Claudio Caligari a Dogman di Matteo Garrone) ma assai singolare in un film d’esordio.

È un deserto umano quello che circonda Manolo e Mirko, un universo nel quale anche il debutto nella vita da killer è rarefatto, svuotato da ogni pathos. Perché ciò che conta è solo fare: nessun pietismo, nessuna esitazione. E tuttavia queste vite sgretolate sono punteggiate ogni tanto da piccoli squarci di luce: la madre di Mirko (Milena Mancini), che pure vive una vita sconquassata, è l’unico punto fermo di quel paesaggio. Di fronte al figlio che porta troppa spesa e troppi regali reagisce con preoccupazione. In quella terra dell’abbastanza la comparsa del troppo non è prevista. E poi c’è l’amicizia, un sentimento che malgrado tutte le avversità lega fino in fondo i due ragazzi, nel bene e nel male, nelle scorribande come nei silenzi e negli incidenti.

Strano film, poetico e duro, lontano dagli stereotipi di genere e quasi astratto in certi campi lunghissimi che inquadrano piazze vuote dal sapore hopperiano, La terra dell’abbastanza ha una forza interiore che non si lascia ammansire da empiti buonisti e rende perciò con intensità, grazie anche alla recitazione efficacissima di tutti e soprattutto di Olivetti, Carpanzano e Mancini, le vite disperate e monocordi di chi non ha orizzonte davanti a sé.