Luigi Di Maio, il giovane capo politico dei Cinquestelle, moderato, equilibrato, sempre a modo, con la cravatta giusta e i pensieri giusti, né di sinistra né di destra, mostra i segni di una debolezza emotiva, una fragilità di carattere che fino al 4 marzo era imprevista. Nel tentativo goffo di restituire a Salvini il cerino acceso che il leader leghista gli ha lasciato tra le mani, ha appiccato l’incendio dell’impeachment al capo dello Stato. Una mossa nervosa, frettolosa ed estrema. Gli errori di gestione di Mattarella sono sotto gli occhi di tutti, ma la richiesta di metterlo sotto accusa per attentato alla Costituzione pareva fuori da ogni logica, prudenza e limite.

Se è stata ritirata un po’ di merito va a Roberto Fico, il presidente della Camera dipinto come leader dell’ala movimentata, battagliera e piazzaiola dei Cinquestelle. Ha curato gli interessi delle Istituzioni prima che del suo Movimento, col suo silenzio ha tenuto custodito il rapporto di comunicazione con il capo dello Stato e ha consigliato i suoi compagni di ridurre i decibel della protesta e ricucire invece di strappare.

La prova di galateo politico di Fico conferma che ciò che appare non è mai ciò che è.

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