Può un museo risultare (ufficialmente) “aperto” e invece essere (praticamente) chiuso? Stupirsi è ammesso, ma pensare che sia impossibile è uno sbaglio imperdonabile. Tutto vero! Accade a Mineo, un comune siciliano della città metropolitana di Catania noto soprattutto per la presenza, dal 2011, di un Centro di accoglienza per richiedenti asilo; struttura al centro di accese polemiche, al punto che a giugno 2017 la Commissione parlamentare d’inchiesta sull’accoglienza ai migranti ne ha chiesto la chiusura. Inutilmente, finora.

Ma Mineo non è solo questo. Patria dello scrittore Luigi Capuana, conserva nel suo centro storico architetture di straordinaria rilevanza, realizzate a partire dal tardo Seicento. Alcuni castelli, una porta urbica, palazzi storici e diverse chiese. Non solo questo. In contrada Rocchicella c’è l’area archeologica di Palikè e nell’abitato alcuni musei tra i quali quello Civico – intitolato a Corrado Tamburino Merlini – aperto nel 2005 e quindi riaperto nel 2014, dopo un periodo di chiusura.

Per avere qualche notizia sui materiali esposti non si può fare altro che consultare il portale del Mibact, oppure quello del Comune. Nell’ex monastero seicentesco dei Gesuiti, in viale delle Rimenbranze, l’allestimento prevede un percorso storico (dal Neolitico al medioevo) e topografico (secondo il sito di ritrovamento). Strumenti litici, anfore, iscrizioni e molto altro. Soprattutto i materiali provenienti dalle indagini effettuate dalla soprintendenza ai Beni culturali di Catania nelle aree di Camuti, Monte Catalfaro, S. Ippolito, Settefeudi, Porta Udienza, Favarotta, Piano Casazze. La documentazione archeologica del popolamento quasi ininterrotto del territorio del Comune moderno. Documentazione preziosa, ma interdetta alle visite da circa quattro anni.

Si, insomma, il museo è chiuso. Chiuso nonostante le informazioni rintracciabili in rete. Già, perché sul portale del Comune risulta aperto (come stabilito nella determina del settembre 2014) “martedì–mercoledì–giovedì: dalle ore 10.00 alle ore 13.00; giovedì: dalle ore 16.00 alle ore 18.00” con il “venerdì: riservato attività didattiche”. Mentre in quello del Mibact, i giorni di apertura sono “martedì-venerdì 9.00-/13.00; sabato-domenica 10.00/13.00-16.00/18.00”.

Per avere conferma della chiusura è sufficiente telefonare al numero riportato nei portali. Se poi qualche turista decidesse di andare direttamente al museo si troverebbe di fronte ad uno spettacolo ancora più sconfortante. Sul totem (recente) a sinistra dell’ingresso, è stato previsto un Qr code che porta a un sito dove non sono indicati né orari né giorni d’apertura. A quel punto non rimarrebbe altra soluzione che ricercare i portali di Comune e Mibact. Con la possibilità di acquisire le informazioni delle quali si è detto. Se non fosse per la recente Guida del Comune (pubblicata a cura del Centro studi Ducezio), nella quale si dice che “più volte inaugurato con grandi cerimonie, il museo è purtroppo chiuso da alcuni anni”, sembrerebbe che tutta l’informazione sia concorde nel definire la struttura aperta.

Così i materiali sono da anni non fruibili. Chiusi in un museo che non apre più le porte. Come in un tempo così lungo non sia stato possibile trovare una qualche soluzione risulta incomprensibile. Senza giustificazioni come non l’abbia trovata il Comune, proprietario dell’immobile. Inverosimile come non l’abbia trovata la soprintendenza Bb.cc.aa. di Catania, proprietaria dei materiali archeologici esposti nello spazio museale di viale delle Rimenbranze.

Già perché quei materiali concessi dalla soprintendenza per essere esposti non lo sono più, da anni. Definirla una contraddizione non sembra fuori luogo. A questo punto che aspettarsi? Che il museo possa riaprire, naturalmente. In caso contrario che la soprintendenza sposti i “suoi” materiali in un altro spazio, ovviamente accessibile, anche fuori Mineo. Inutile dire che sarebbe una soluzionedolorosa” per l’appeal turistico del Comune, oltre che per la passione dei cittadini che hanno a cuore la storia della loro terra. Ma anche una sconfitta per Comune e soprintendenza. Incapaci di assicurare (anche se con responsabilità differenti) la fruibilità di un luogo della cultura.

È probabile che anche questa volta la causa richiamata per giustificare la chiusura sia la mancanza di risorse. E se invece a mancare sia stata soprattutto una progettualità? Il dubbio rimane.