L’Onu continua a bacchettare l’Italia in materia di diritti umani. Questa volta è toccato al Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale delle Nazioni Unite scrivere al governo italiano. In una lettera del 17 maggio 2018, il Comitato dedica un intero paragrafo alla condizione dei rom presenti nella baraccopoli del nostro Paese, lamentando alle autorità italiane «la mancanza di informazioni puntuali» e manifestando «la preoccupazione per: l’assenza di segnalazioni sulla continuità o no degli sgomberi forzati negli insediamenti; le informazioni insufficienti riguardo l’implementazione della desegregazione abitativa e altre misure concrete messe in atto per assicurare condizioni abitative adeguate per i rom».

Una vera e propria “tirata d’orecchie”, conseguenza della solita opaca strategia adottata dai nostri amministratori di passare per arrosto il fumo e di confondere le pratiche con i propositi. E’ importante allora andare oltre i proclami e le buone intenzioni e guardare in faccia la realtà, senza scorciatoie.

A Roma, ad esempio, passato un anno da quella mattinata di fine maggio in Campidoglio quando, in un’affollata conferenza stampa, la sindaca Raggi affermò trionfante: «Per noi oggi è un giorno molto importante, perché possiamo annunciare in maniera molto netta che finalmente a Roma saranno superati i campi rom. Abbiamo approvato un Piano che ci consente di riportare Roma in Europa!». Seguirono il giorno dopo le ovazioni di Beppe Grillo che apostrofò il Piano, “un capolavoro da applausi”.

Proprio perché, come puntualizzò la sindaca in quell’occasione, «finalmente è finita l’epoca delle parole» e «si passa ai fatti» – è importante, a dodici mesi di distanza, tirare le somme. Non quelle dei propositi e delle intenzioni, ma del reale impatto che le azioni seguite al “capolavoro” presentato dalla Raggi, hanno avuto sulla vita dei rom presenti nei “campi” e sui quartieri che insistono in prossimità degli stessi.

E’ questo l’obiettivo del Rapporto “Il Piano di Carta”, che il prossimo 30 maggio verrà presentato da Associazione 21 luglio in Campidoglio. Dodici mesi di lavoro con una ricerca sul campo, avvalendosi degli strumenti dell’indagine qualitativa e quantitativa, con interviste alle autorità capitoline, sopralluoghi negli insediamenti, focus group con numerose organizzazioni.

A fronte di un numero impressionante di atti prodotti in un anno: 5 Determinazioni dirigenziali, 3 Deliberazioni di Giunta, 3 bandi di gara e 1 ordinanza sindacale, il quadro che emerge non è affatto roseo.

A settembre 2017 doveva essere superato il Camping River e due mesi dopo sarebbero dovute iniziare le azioni di chiusura dei “campi” La Barbuta e Monachina per concludersi nel dicembre 2020. Nulla di tutto ciò. In compenso sul fronte “sgomberi” si registra un incremento rispetto al passato, mentre su quello della scolarizzazione, nell’attuale anno scolastico, rispetto a quello del 2015-2016, sono circa 1.000 i bambini scomparsi dall’elenco degli iscritti.

E’ vero il mantra ripetuto dalla Giunta: “Siamo partiti dalle macerie”, ma è pure vero che dopo un anno almeno le macerie sarebbero dovute sparire per cominciare la ricostruzione. E invece no, sono anche aumentate. Così come è incomprensibilmente aumentato, in corso d’opera, il compenso della super consulente dell’Ufficio rom.

Gli scenari futuri non sono rosei. Ce lo ricorda il recente “Contratto per il Governo del cambiamento”. Nel preambolo ogni parola è misurata e nulla è posto al caso: di fronte al «dilagare campi nomadi» e il conseguente «aumento esponenziale di reati commessi dai loro abitanti». Ecco, a fronte di ciò l’unica soluzione che resta non può che avere come obiettivo quello di «arginare questo fenomeno» e quindi risulta necessaria «la chiusura di tutti i campi irregolari» (dunque si mette in moto la “ruspa”) e «l’allontanamento dalla famiglia» per i bambini che non vanno a scuola (fingendo di ignorare gli altri 130.000 minori italiani e stranieri che, soprattutto nel Mezzogiorno, pur non essendo rom, evadono l’obbligo scolastico).

Non stupisce come si decida di partire proprio da ciò che nel Piano della Raggi non ha funzionato, tornando indietro di 10 anni, quando al Viminale c’era Maroni e, tra colpi di ruspa e affidamenti diretti, si formava l’humus su cui sarebbe nata e cresciuta Mafia Capitale.

Questa volta, a fianco della Lega, non c’è Silvio Berlusconi. Ma la musica sembra restare la stessa, con un ritornello che già conosciamo e con un’Italia si illude di rimettersi in moto aprendo, a partire dai campi rom, un’inquietante parentesi sulla violazione dei diritti umani. Con le Nazioni Unite che chiederanno almeno di essere prese sul serio.

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