A terra giaceva un uomo diviso in due. C’era una donna incinta: riuscivo a vedere il braccio e la gamba del bambino non ancora nato che le spuntavano dalla pancia. Poi c’era un uomo con schegge di shrapnel nella testa. Non era morto, ma si vedeva un pezzo di metallo infilato nel collo, Ha chiesto alla figlia di aiutarlo ad alzarsi. e le ho sentito dire: “Aspetta un attimo, sto cercando di rimettere insieme mio fratello: è diviso in due”. C’era un altro fratello che teneva un bambino fra le braccia. Il bambino era senza testa.

Si tratta probabilmente di uno dei brani più laceranti de Il martirio di una nazione di Robert Fisk (traduzione di Alessandra Maestrini e Bruna Tortorella; il Saggiatore) e riguarda l’episodio – divenuto tristemente celebre e poi di nuovo dimenticato – del massacro a Qana, compiuto dalle forze israeliane su civili rifugiatisi nel compound dell’Onu; 106 i morti, più della metà bambini, e 116 i feriti, quasi tutti con arti amputati.

Il pregio del libro di Fisk – opera che dovrebbero leggere tutti: chi vuole capire il Medio Oriente, chi vuole capire come si scriva un reportage, chi vuole capire cos’è il new journalism, chi vuole capire come si sta dalla parte di chi subisce la Storia, chi vuole capire che per raccontare le cose devi conoscerle a fondo e non scrivere mai per sentito dire – è quello di dimostrare che le vittime non sono mai necessariamente solo di una confessione religiosa. Un testo che dovrebbe essere reso obbligatorio nelle scuole, nei circoli di lettura, nei corsi di giornalismo, nelle università. Rispetto al più vasto (geograficamente parlando, monumentale) Cronache mediorientali, in questo lungo resoconto Fisk analizza le lacerazioni del Libano per tracciare un profilo, drammaticamente attuale di tutta l’area.

Dai sopravvissuti di Auschwitz alla fondazione di Israele e la diaspora palestinese, dall’ascesa e caduta dello stato libanese all’ingerenza europea e siriana, dalla rabbia cieca delle milizie cristiane all’incapacità dell’Olp, dalle Nazioni unite prigioniere in Libano al radicamento del jihad islamico, dal massacro di Sabra e Shatila ai 106 civili trucidati a Qana e a quelli sterminati nel 2006 nella nuova guerra israeliana, il giornalista inglese scrive uno straordinario spaccato di profonda umanità, non risparmiando critiche a nessuno attraverso la lucida e puntuale analisi del testimone oculare (almeno dai fatti accaduti dal 1975 in poi). E così Ghazi Kanaan, re Hussein di Giordania, Philip Habib, Camille Chamoun, Terry Anderson, Nabih Berri, Yasser Arafat, Pierre e Bashir Gemayel, Hussein Mussawi (per citarne solo qualcuno), diventano personaggi e protagonisti di un’epopea straziante, drammatica e vivida, riportata nel modo più onesto possibile.

Freedom Hospital di Hamid Sulaiman (traduzione di Marco Ponti, prefazione di Cecilia Strada; Add Editore), è una graphic novel che narra l’odierna quotidianità siriana. La primavera araba è ormai sprofondata in una melma di sangue e odio e i tg hanno trasformato in loop la sofferenza di un intero popolo. Yasmine, una tenace pacifista, ha aperto un ospedale clandestino in una cittadina controllata dall’esercito regolare di Bashar al-Assad. Al suo interno vivono malati e medici dai profili umani e psicologici più disparati: un islamista radicale, un curdo, un alauita, un ex tassista, una cuoca sunnita, una giornalista. Le stagioni si succedono, nascono e si disfano amicizie, i tradimenti, così come i gesti di profonda solidarietà, si avvicendano. Ne viene fuori un ritratto unico, un collage di volti e situazioni di drammaticità universale, utile per capire un punto di vista particolare: quella del creatore dell’opera. L’esigenza di raccontare e disegnare quello che molto spesso non ci viene illustrato.

Come scritto dallo stesso Sulaiman: “Sono fuggito dalla Siria il 17 agosto 2011, la mia prima destinazione è stato l’Egitto. Un giorno, in taxi, il conducente mi ha chiesto se Assad stava dalla parte dell’armata libera siriana: ho capito che la mancanza di mezzi di informazione liberi aveva creato enormi fraintendimenti. Quando sono arrivato in Francia, nel 2012, la confusione sulla Siria era ancora più grande. Penso che nessuno possa raccontare quel che succede in Siria, nemmeno le persone che vivono quegli avvenimenti terribili. Ho scritto Freedom Hospital per raccontare il mio punto di vista su quel che succede, non per spiegarlo. Non ho cercato di essere neutro e non pretendo di scrivere l’esatta realtà delle cose, ma dovevo dar forma a questo grido che avevo in gola.”