L’emozione dei familiari e la psicologia degli imputati, l’arma del delitto insieme ai sorrisi nelle foto ingiallite di chi non c’è più, le domande cariche di dolore e le risposte senza empatia dei periti, gli sgambetti di qualche avvocato e l’istrionismo di qualche pm, il teste che viene intercettato ma nega di aver mai detto quelle cose e la sciura detective del piano di sotto che si ricorda al minuto l’orario in cui 7 o 8 anni prima sentì quel tonfo. Dicono che i commediografi risolvessero le loro crisi di ispirazione passando qualche mattinata in tribunale. Del resto lì dentro – in uno dei pochi luoghi in cui ancora resistono i gesti necessari di un rito laico, in nome del popolo italiano – scorre la vita per com’è, più autentica che sui giornali, più piena che nei talk-show. Ed è così, senza filtri, che l’ha raccontata per trent’anni Un Giorno in Pretura: con la cura del miniaturista e senza lo sguardo del giudicante. Le preture non ci sono più da una ventina d’anni, di nera e giudiziaria è piena la televisione, eppure quel programma nato nella belle èpoque di Angelo Guglielmi ha resistito fino ad oggi, diventando il programma più longevo della rete. Rai3 lo celebra con due puntate in prima serata (domani e domenica 27) che raccontano le storie processuali di due vicende diventate film di cui si parla in queste settimane: il processo a Gianpaolo Tarantini (Loro di Paolo Sorrentino) e quello al Canaro della Magliana (Dogman di Matteo Garrone). “Abbiamo fatto una rielaborazione tutta nuova. Sono meglio dei film” sorride Roberta Petrelluzzi, 74 anni, che da laureata in biologia e poi da ricercatrice ha trasferito il suo laboratorio nelle aule giudiziarie, diventando ideatrice, conduttrice e autrice, da qualche tempo affiancata da Tommi Liberti.

Dal suo osservatorio Petrelluzzi vede un Paese che rispetto al 1988 è “più incanaglito”. “Le persone – dice a ilfatto.it – sentono sempre meno di avere doveri, tutti credono di essere vittime, di essere dalla parte della ragione. C’è più odio, c’è più rancore. C’è meno capacità di vedere le sottigliezze, di leggere e di capire”.

“I processi mediatici? Le Misseri sono super-innocenti”
Tutto si mescola e tutto si complica: le sentenze delle reti sociali vengono pronunciate alla velocità della luce mentre per vedere iniziare i processi servono anni. Mentre la cronaca giudiziaria col passare degli anni ha cominciato a riempire le conversazioni dei cittadini-spettatori, le televisioni hanno spinto sull’acceleratore fino ad anticipare negli studi tv quel contraddittorio tra le parti che, dicono i codici, dovrebbe formare la prova nel processo. Fu proprio Rai3 a inaugurare per prima il genere con Telefono Giallo e Un Giorno in Pretura ma entrambi i programmi hanno sempre lavorato sugli atti dei dibattimenti, non delle inchieste. “Io per questo sono talebana – dice Petrelluzzi – Quei programmi li chiuderei tutti direttamente. Parlare di fatti del genere durante le indagini provoca danni irreparabili. Avetrana, per esempio. Quelle due donne sono state condannate all’ergastolo, come Totò Riina. E’ stato un processo fortemente condizionato dai mass media. Per me le Misseri sono super-innocenti, in quel momento era tutto distorto. Avetrana sembrava diventata New York. C’erano telecamere e microfoni dappertutto, chi doveva uscire si preoccupava di vestirsi bene in caso di interviste. Sono sicura che sarà un caso che finirà per essere studiato”.

Il documentario del presente che racconta (anche) gli ultimi
Un Giorno in Pretura riproduce invece una operazione di fact-checking, di riduzione all’osso del racconto della realtà. “Il nostro criterio di lavoro è riportare i fatti, quasi brutalmente, freddamente, senza interpretazioni” spiega la Petrelluzzi. E’ così che è diventato un documentario del presente – nitido, quasi ruvido, sempre sincero – che getta fasci di luce su pezzi di società che di solito restano in coni d’ombra, fuori dal discorso pubblico perché sono temi faticosi e per certi versi sgradevoli: gli indigenti, gli emarginati, le prostitute, i tossicodipendenti, gli immigrati, ma anche i lavoratori più modesti, i giovani e il loro disagio, l’arretratezza di certe zone d’Italia. E’ la definizione di servizio pubblico: “Rai3 è cambiata molto rispetto a quella di Guglielmi – racconta la Petrelluzzi – E’ cambiata insieme al Paese. Allora c’erano molte teste pensanti. Ma quando si dice che i partiti e la politica dovrebbero stare fuori dalla Rai non è perché abbiano un effetto diretto sui programmi. Non ce n’è bisogno: spesso i problemi nascono dall’autocensura. Ecco: questa paura semmai impoverisce la Rai. Quella in cui sono cresciuta io era la scuola di Guglielmi che era tutta un’altra scuola, non guardava in faccia nessuno”.

I trent’anni di un Paese trasformato
Anche Un Giorno in Pretura è cambiato, in questi trent’anni. Era nato per documentare l’andamento della giustizia e ha finito per essere un lunghissimo piano-sequenza in time lapse con l’immagine di una società in trasformazione: nella prima puntata del gennaio 1988 fu trasmesso un processo per una rissa tra ubriachi che oggi non provoca più allarme sociale, nell’ultima (andata in onda ad aprile) il processo a una suora di Busto Arsizio per stalking e violenza sessuale nei confronti di una ragazza dell’oratorio con relativo ombrellone di omertà dei religiosi.

Come nasce Un Giorno in Pretura
Dietro, un “mare di lavoro”, racconta la Petrelluzzi. La redazione legge tutti i verbali, studia le parti più utili al racconto, individua i passaggi centrali per dare gli strumenti a chi guarda di farsi un’idea. E’ così che è cambiata anche la forma delle puntate. “Quando è nato il programma, raccontavamo i processi di seguito, udienza dopo udienza, tagliando solo le pause, i tempi morti. A un certo punto abbiamo capito che non era più possibile, perché la gente se ne andava, scanalava, come si dice in gergo. Allora abbiamo modificato la formula trasformandola più in un racconto con una sua sceneggiatura, dando spazio in momenti diversi alla tesi dell’accusa e della difesa”.

Così Un Giorno in Pretura da una parte ha attraversato la storia con la esse un po’ più grande (la prima deposizione di Riina, i processi di Mani Pulite, sul G8 di Genova, sul Mostro di Firenze, a Erich Priebke) e dall’altra ha tracciato una panoramica sui tratti sociologici e culturali di un Paese così lungo e così stretto. La scelta dei processi (che passa anche dai giornali locali) è complicata perché “noi spesso arriviamo molto dopo, magari dopo due anni, quando certi fenomeni magari sono già finiti”. Ma alcuni restano: il processo a Tarantini racconta “il mondo” che ha rappresentato un pezzo di Italia in un certo periodo, così come quello a Fabrizio Corona; la strage dei neri a Castel Volturno mette insieme le questioni irrisolte dell’integrazione e della criminalità organizzata. E poi “i temi universali come i femminicidi: la gelosia, il rifiuto dell’uomo. O magari processi con risvolti anche più psicologici quindi con maggiore drammatizzazione”. Ne viene fuori l’unica verità possibile: quella processuale.