Anarchico, folle, coloratissimo. “Un film matto? È lo specchio del mondo reale, che è totalmente pazzo!”. Terry Gilliam è a Cannes, e sta bene. Sventola una sciarpa entrando in conferenza stampa, osannato come da previsioni. È circondato dal suo cast sorridente, numerosissimo e certamente fra il piu rumoroso e vivace accorso al festival. Lo chiamano subito “Super Terry” e lui magicamente torna ad essere quella forza della natura di cui lo sappiamo capace. Inutile ribadire quanto il suo The Man Who Killed Don Quixote (film fuori concorso di chiusura del 71mo Cannes) profumi di “vittoria” e “liberazione” dopo il letterale tormento che ha attraversato. Un film che poteva non esserci, almeno finché il tribunale di Parigi non ha decretato la sentenza in suo favore e contro l’ostruzionismo del produttore portoghese Paulo Branco. “Cosa penso di lui? Penso che talvolta quando costruiamo dei personaggi malvagi finti ed estremi per i nostri film dobbiamo stare attenti perché questi potrebbero diventare reali!” esclama Gilliam visibilmente felice ma anche estenuato da tante fatiche, non per ultimo il malore che lo aveva colpito alcuni giorni fa.

Venticinque anni di lavorazione, due attori scelti per la parte di Don Quixote morti nel frattempo (John Hurt e Jean Rochefort), uragani e traversie di ogni tipo ma soprattutto una maledizione che sembra più reale della realtà, alla faccia delle leggende: quella del Don Chisciotte, che colpì persino Orson Welles, per intenderci. Ci ha messo ogni goccia di passione, di energia vitale, di volontà ferrea il mitico regista americano naturalizzato britannico, già cult per aver cofondato i Monty Python, per continuare a credere in questa impresa titanica, e ce l’ha fatta. E per Terry si tratta di vero eroe “personale”: “Don Quixote è una delle più grandi icone mai concepite e scritte, il paladino del contrasto fra i sogni delle persone e la realtà della vita. Come si può non amarlo? Cervantes era un genio”.

Personaggio maledetto e film inevitabilmente segnato dalla corrosione, preso al netto dei discorsi The Man Who Killed Don Quixote è un’opera folle da ogni angolo la si osservi. Lunga e caotica, appare come un grande circo fra l’anarchico e l’anarcoide, con trovate indubbiamente superlative (dalle magnifiche scene della festa in costume – e che costumi! – col finale struggente incluso) ma che veramente risente delle difficoltà produttive protratte in troppo tempo. Nei panni di un meraviglioso Don Quixote è il bravissimo attore inglese Jonathan Pryce, che con Gilliam aveva già lavorato in Brazil. “Terry mi ha permesso una libertà di rara bellezza, sono riuscito a infondere nel personaggio la stessa energia che di solito trasmetto sul palcoscenico”.

Il vero protagonista e punto di vista del racconto è però Adam Driver, interprete del regista del film-nel-film dal titolo omonimo. Al centro, infatti, è un set nel cuore della Mancha in cui si sta girando un nuovo adattamento del capolavoro di Cervantes finchè i piani saltano e l’idea cambia direzione. Driver non fa che ridere pensando a quanto ha dovuto fare per Gilliam, e in effetti lo vediamo eroe a tempo pieno, buffo e manipolatore, conquistatore ed autorionico. È lui a incarnare lo sguardo autoriale, ovviamente, e non c’è dubbio che sovrapponendosi a quello dell’ex Monty Python tale sguardo sia a dir poco anticonvenzionale. “Farne un sequel? Ma siete matti: questo basta e avanza” scherza ancora Terry mentre sul proprio futuro utilizza l’ironico cinismo di sempre: “Non so niente, sono stanco. Penso solo alla morte”. E subito ci sembra di veder apparire il Tristo Mietitore catapultato da Il senso della vita che bussa alla sua porta “I am Death”. Perché una risata vi seppellirà, dunque lunga vita all’inimitabile Terry Gilliam.

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