di Luigi Manfra*

La libertà di stampa nei Paesi del Mediterraneo non gode buona salute. Secondo i dati di Reportes sans frontières, la classifica delle 180 nazioni prese in esame vede nel 2018 al primo posto la Norvegia seguita da Svezia, Olanda e Finlandia. Gli Stati mediterranei d’Europa seguono a una certa distanza con la Spagna 31°, la Francia 33° e l’Italia 46°. La situazione italiana è migliorata negli ultimi anni – nel 2015 era 30 posti più in giù – ma ancora oggi una decina di giornalisti italiani sono sotto protezione permanente della polizia dopo le minacce di morte ricevute dalla organizzazioni mafiose o da gruppi anarchici e fondamentalisti.

Molto più grave è invece la condizione dell’informazione nei Paesi non europei che si affacciano sul Mediterraneo, dove la Tunisia (la migliore del gruppo) è al 97° posto, mentre le due nazioni più popolose dell’area, la Turchia e l’Egitto, sono rispettivamente al 157° e al 161° posto e sono accomunati da un crescente clima repressivo verso qualunque forma di critica. Ne fanno le spese i giornalisti e i blogger accusati in diversi modi di “contiguità con il terrorismo”, ma il clima di caccia alle streghe riguarda non soltanto la libertà di stampa, ma anche l’arte, la cultura e la libertà associativa.

In entrambi i Paesi la lotta al terrorismo è utilizzata per colpire tutte le forme di dissenso e ridurre sempre di più gli spazi di libertà nella società civile. Nel caso della Turchia il pretesto è stato il colpo di stato che Erdogan attribuisce al predicatore in esilio Fethullah Gulen, mentre in Egitto è la lotta contro i Fratelli musulmani che giustifica le misure liberticide del presidente Al Sisi.

In Turchia lo stato di diritto è ignorato dai magistrati che hanno messo sotto processo decine di giornalisti per complicità nel tentato colpo di stato del luglio 2016 o per avere divulgato presunti segreti di Stato. Reportes sans frontières ha sottolineato come tale nazione sia diventata la più grande prigione mondiale per cronisti e blogger. Questo clima repressivo è stato facilitato dallo stato di emergenza in vigore da due anni, che ha consentito al governo di sradicare il pluralismo che in anni non lontani caratterizzava il Paese.

Ma la repressione non riguarda soltanto la carta stampata. Dall’inizio dell’anno il governo di Erdogan ha chiuso più di 100mila siti web avviando una islamizzazione sempre più accentuata della società, al punto che la tv di Stato ha annunciato la messa al bando di canzoni che nei loro testi “incitano alla violenza e al terrorismo”, oppure promuovono il consumo di alcol e tabacco. La situazione non è migliore in Egitto, dove sempre Reporters sans frontières conta più di 500 media chiusi dal maggio 2017 e 30 giornalisti finiti in galera. L’Egitto è il terzo Paese al mondo per numero di arrestati dopo Turchia e Cina.

Particolare risalto ha avuto la sorte di Mahmoud Abu Zeid, fotogiornalista egiziano noto col soprannome Shawkan, che dal 2013 è imprigionato e rischia la pena di morte. Il tribunale lo accusa di terrorismo ma la sua unica colpa è stata quella di seguire una manifestazione dell’opposizione che fu brutalmente dispersa dalle forze di sicurezza egiziane. Era il 14 agosto del 2013 e nella piazza di Rabaa al-Adawiya al Cairo, dove si erano riuniti i manifestanti, ci furono almeno 800 morti. Quest’anno a Shawkan è stato assegnato il Premio mondiale per la libertà della stampa Guillermo Cano dell’Unesco.

* Responsabile scientifico del Centro studi Unimed, già docente di Politica economica presso l’Università Sapienza di Roma