L’uomo che comanda l’Al Quds Force iraniana, la più seria minaccia che dalla Siria si affaccia sui confini di Israele e che il presidente Usa Donald Trump definisce un “terrorista”, è ben conosciuto dagli americani, con cui ha collaborato nel 2010 in Iraq e prima ancora in Afghanistan. Qasem Soleimani è un eclettico generale che da venti anni è responsabile di tutte le attività militari dell’Iran, segrete e pubbliche, al di fuori dei confini della Repubblica Islamica. E’ una delle figure militari più importanti e influenti in Iran oggi ed è l’uomo che ha cambiato le sorti della guerra per Bashar Assad. È coinvolto nell’attività militare iraniana in molti altri Paesi, persino negli Stati del Caucaso, ed è una delle persone più vicine al leader supremo dell’Iran Ali Khamenei, che lo ha definito un “martire vivente della rivoluzione”.

Sessantuno anni e padre di cinque figli, Soleimani non rilascia molte interviste ai media iraniani; compito che lascia ai politici, per i quali non ha molto rispetto. Non è un erudito religioso e non ha ricevuto un’educazione religiosa. Ma il suo potere tale che anche se è nella lista nera della maggior parte delle nazioni occidentali, è ancora in grado di incontrare i leader mondiali, come il presidente russo Vladimir Putin e il suo ministro degli Esteri Serghei Lavrov. E’ il più alto ufficiale iraniano attivo al di fuori del paese ed è responsabile dei rapporti con Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen, le milizie in Iraq e Hamas nella Striscia di Gaza. Prima del suo ruolo in Siria, Soleimani ha fondato milizie sciite in Afghanistan, Pakistan e Sudan, ha “lavorato” oltre che in Egitto anche in alcuni paesi africani e dell’America Latina.

La sua enorme influenza ha persino portato a una cooperazione, limitata, con gli americani. Nonostante il suo presunto coinvolgimento in attacchi contro le forze americane in Iraq dopo l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, e la sua indomita avversione per gli Stati Uniti, Soleimani ha cooperato con gli Usa per far eleggere il primo ministro ad interim iracheno nel 2010. Su richiesta degli Stati Uniti poi, Soleimani ordinò all’Esercito del Mahdi, guidato dal separatista iracheno sciita Muqtada al-Sadr, di smettere di attaccare gli obiettivi americani a Baghdad. E quando gli Stati Uniti invasero l’Afghanistan dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, i funzionari iraniani – per ordine di Soleimani – consegnarono ai rappresentanti americani una mappa delle basi talebane da colpire in Afghanistan. In almeno due occasioni, le forze americane avrebbero potuto uccidere Soleimani, ma si sono astenute, principalmente a causa di considerazioni di politica locale e del desiderio di Washington di preservare la cooperazione sotto copertura con Teheran nella guerra contro l’Isis in Iraq.

Oggi lui e la sua Al Quds Force sono responsabili di tre diversi fronti in Siria dove ha anche organizzato e addestrato grandi milizie con decine di migliaia di combattenti stranieri, una sorta di “Legione straniera sciita” con l’obiettivo principale di costruire una testa di ponte dall’Iran al Libano e al Mar Mediterraneo attraverso la Siria. Nonostante l’attacco insolitamente duro dell’Aeronautica israeliana mercoledì notte in Siria, che ha seriamente compromesso le capacità operative della Al Quds Force con la distruzione di diverse basi e centri di comando, i funzionari della difesa israeliana dubitano che l’Iran rinunci al desiderio di stabilirsi militarmente in Siria.

Finora, i Guardiani della Rivoluzione hanno investito in Siria una somma enorme, circa 17 miliardi di dollari. Hanno perso molti soldati e hanno ricevuto aspre critiche in casa da parte di coloro che sostengono che non sia necessario sacrificare i soldati iraniani per Bashar Assad. Dopo aver pagato un simile prezzo, è difficile credere che l’attacco israeliano causerà l’abbandono del loro piano che può cambiare la strategia globale dell’Iran.