Il Padre nostro, preghiera per eccellenza del cattolicesimo, negli ultimi anni è stato cambiato. La frase “Non indurci in tentazione” è stata modificata in “Non abbandonarci alla tentazione”. Nella prima stesura poteva sembrare che Dio ponesse di proposito gli uomini di fronte al trabocchetto della tentazione per saggiare la loro capacità di resistervi. Poteva apparire come un Dio malevolo che metteva il povero essere umano di fronte a provocazioni: un idraulico che ti dice facciamo senza fattura e risparmi mille euro, un ragazzo/a avvenente che ti fa l’occhiolino anche se sei fidanzato o sposato.

Nella nuova formulazione viene accettata l’idea della fragilità umana di fronte alle tentazioni (uccidere, rubare, tradire, etc) che sono un frutto demoniaco e si chiede a Dio di non lasciare ognuno di noi solo di fronte alle difficoltà che, inevitabilmente, incontreremo nella nostra vita.

Nella psicologia ormai è assodata da vari esperimenti la constatazione che la nostra mente è fragile e, se sottoposta a pressioni o sollecitazioni, immancabilmente cede. Il bastone e la carota, se dosati abilmente, inducono a lasciarsi andare a comportamenti che l’individuo avrebbe sempre escluso di poter mettere in atto. Solo due categorie di persone tendono a resistere alle sperimentazioni, coloro che sono forti emotivamente e molto allenati a resistere oppure persone con gravi disturbi di personalità che non sono sensibili ai timori e alle blandizie delle tentazioni.

Queste riflessioni mi venivano in mente pensando alle tentazioni cui sono sottoposti i nostri parlamentari. Ricevono da due mesi circa 15mila euro al mese per non dover fare quasi nulla. Molti, oltre a questo, continuano nei loro precedenti lavori di avvocato, medico, etc. L’idea di tornare alle urne può scocciarli anche perché spesso come dice il proverbio “chi entra papa al conclave ne esce vescovo”. Può capitare che le carte in tavola mutino perché l’elettorato di fronte al voto a fine luglio e alla figura barbina dei politici potrebbe massicciamente astenersi. Potrebbero cambiare gli schieramenti o nascere un nuovo soggetto politico tipo En march!. Nei singoli collegi lo spostamento di qualche centinaio di voti di persone esasperate dal politicismo può volgere la vittoria di marzo in sconfitta per il deputato che appartiene ai così detti “peones”.

Vorrei fare un sondaggio fra i lettori: se foste voi nelle condizioni dei deputati e senatori ci pensereste seriamente a offrire “per senso di responsabilità” il vostro voto per continuare per cinque anni la legislatura con 14mila euro al mese? Per ovviare a questa tentazione i loro leader – che, detta fra noi, rischiano meno perché certi di essere rieletti – li ricattano e li blandiscono. Se daranno la fiducia al governo proposto da Sergio Mattarella non li ricandideranno ma se rimangono fedeli certamente saranno di nuovo in lizza in barba a tutte le regole precedenti.

I leader politici devono però stare attenti a non indurre in tentazione i deputati, i senatori e l’elettorato che potrebbero rivoltarsi contro di loro.