Quando si pensa agli stregoni viene in mente qualcosa da esorcizzare, di arcaico, di diabolico, qualcosa che non ha a che fare con il reale, ma con l’aldilà.

L’idea che dà il titolo al documentario di Anush Hamzehian presentato in anteprima al Trento Film Fest contraddice questo stereotipo immaginario. Stregoni è un progetto nato all’inizio del 2016 nel capoluogo trentino – ideato dai musicisti Gianluca Taraborelli e Marco Bernacchia  capace di coinvolgere ad oggi più di tremila migranti in tutta Europa. Può ricordare l’Orchestra di Piazza Vittorio per coinvolgimento dei migranti attraverso la musica, ma la finalità e l’articolazione è differente: partendo proprio dal loop (un frammento di un brano contenuto nel cellulare) i migranti cantano e rappano. Gli stregoni sono dunque loro, che con lo smartphone comunicano e archiviano una parte della loro esistenza, un po’ come ogni cittadino digitale. La differenza sta nella lotta all’isolamento del centro di accoglienza al quale si contrappone la voglia di “parlare” come un griot africano attraverso un palcoscenico o una piazza.

“Forse” come dichiara lo stesso Gianluca Taraborelli all’interno del film “l’integrazione è un’idea di noi occidentali, come quella della pace, ma cosa facciamo per conoscerli e farli uscire dall’isolamento?”. I rifugiati più delle volte sono costretti a scegliere di partire e lasciare il loro stato, per imbarcarsi in un viaggio senza meta precisa se non quella della sopravvivenza.

Pulito e diretto, la fotografia è di Alessandro Comodin (L’estate di Giacomo), il documentario raccoglie jam session e testimonianze di alcuni partecipanti al progetto, descrivendo il loro primo contatto e la preparazione al concerto al Muse di Trento nel Natale 2017. Il progetto non sembra però concludersi: l’intenzione è di creare un network autonomo di musicisti tra diverse città in giro per l’Europa, con luoghi d’incontro non i centri d’accoglienza ma club e locali e in più un documentario sul tour in Europa di prossima uscita.