Ricapitoliamo. Il nostro sistema manifatturiero è il secondo d’Europa; il nostro sistema manifatturiero è il massimo responsabile della nostra crisi economica e della grave disoccupazione, specie giovanile; il Paese è in forte sofferenza, non solo economica ma addirittura sociale, eppure delle ragioni specifiche per le quali questo sistema è in crisi profonda nessuno si rende conto. Tutti, nessuno escluso, sparano grandi sentenze, fra poco arriveremo a scomodare pure il Vangelo e la Bibbia. A mio modesto avviso, le ragioni vere sono molto vicine a noi ma non le vediamo.

Ma come si compone il nostro sistema manifatturiero? Come vive? Come si procura la linfa vitale, cioè gli ordini, le commesse? Facciamo un piccolo salto presso il sancta sanctorum del sistema: il Mise, Ministero dello Sviluppo Economico. Qui dovrebbero sapere tutto, in realtà non solo non sanno granché ma hanno indirizzato la prua su una pista inutile, vecchia. Per quel che ho potuto vedere via Internet, la ripartizione del Mise è fatta per classi merceologiche, cioè un’infinità. E’ la vecchia mentalità italiana: la produzione, la produzione e poi ancora la produzione. Ora il mondo si è letteralmente capottato: il Vangelo dell’imprenditore odierno è soltanto il seguente: “Che cosa vuole il mercato? E allora questo gli devo produrre”. Lasciamo, quindi, il Mise nella sua pleonastica sopravvivenza a se stesso e… pensiamo nuovo.

Occorre introdurre il concetto del macrobusiness: escludendo i settori moda e alimentazione (il cosiddetto “food”), ci accorgiamo che esistono solo sette macrobusiness. Essi sono:

IdB, Industria di Base: Materie prime, fasteners, bullonerie, chioderie, ecc.ecc.;
SSM, Sub-Supplier-Manufacturer: Azienda di subfornitura, terzista, di tecnologia primaria senza assemblaggio;
SSM Componentistica: Azienda di subfornitura (SSM) con assemblaggio e/o compartecipazione alla progettazione;
Engineering: Azienda di pura progettazione;

OEM, Original Equipment Manuf.: Azienda produttrice di beni ‘finiti’, rappresentabili con un catalogo e vendibili con un listino-prezzi;
Impiantistica: Azienda che progetta e fornisce un impianto esclusivamente su capitolato specifico;
Distribuzione: Azienda che acquista e rivende (non produttiva): elemento essenziale per amplificare la domanda di prodotti elaborati da imprese produttive di beni.

Tutti questi macrobusiness si dividono in due grandi categorie: la subfornitura (o terzismo) e l’end-user (consumatore finale). Si tratta di due categorie nelle quali il business viene realizzato con procedure, strumenti, attività, spinte del tutto diverse fra di loro. Tecnicamente fra di loro non hanno parentela alcuna. Esiste forte collaborazione fra l’una e l’altra categoria di macrobusiness ma la testa del serpente sta nelle aziende che puntano al consumatore finale: se queste lavorano, anche la subfornitura lavora; se invece si ammosciano, allora anche la subfornitura langue.

Ne discende una riflessione che ha poco meno valore di una massima: il profitto – quello originario, primario, vero, forte – si forma esclusivamente nel rapporto fra le imprese e l’end-use. Il mondo della subfornitura non può accedere al profitto forte primario ma deve senza se e senza ma vivere del profitto secondario, per sua natura debole, che le precedenti aziende ritagliano con le subfornitrici attraverso contrattazioni spesso molto tese.

Nel quadro del sistema manifatturiero (non soltanto italiano) viene ad innescarsi un sistema di rapporti commerciali basato sull’esistenza di due rapporti di forza diversi fra di loro: potremmo rappresentarlo con il seguente prospetto.

Dovremo tener ben presente questo schema, perché non è possibile neppure immaginare una ripresa della nostra vis manifatturiera se non si parte dal mercato: dal mercato, non dalla produzione!

Occorre puntare ai triangolini rosso-pieno dei profitti primari e forti, lo sanno bene gli stranieri, che ci comperano solo le aziende orientate all’end-use del Gruppo B. Ma noi, individualisti intelligentoni, siamo diventati una sorta di campione mondiale della subfornitura (Gruppo A) che vuol dire dell’economia subalterna del profitto secondario debole: gli stessi imprenditori ne escono piuttosto depressi.

E’ da questo involucro che dobbiamo cercare di uscire. Per farlo serve solo con una presa di coscienza chiara e netta del nostro punto di partenza: diamo la caccia al mercato giusto e puntiamo all’arrivo meritato del lavoro. Facendo il fuoco con la legna di cui possiamo disporre.