“Storico” è un aggettivo largamente abusato. Ma usarlo per l’incontro di oggi a Panmunjom tra i leader delle due Coree, Moon Jae-in (Sud) e Kim Jong-un (Nord), non è esagerato. E non solo perché lo fa persino il New York Times, che di solito misura le parole. Gli stessi protagonisti non hanno lesinato retorica ad effetto nei loro discorsi: “Inizia una nuova storia e un’era di pace”, “La guerra è finita, siamo della stessa famiglia”.

Anche se, ovviamente, Kim non s’è giocato la carta che tiene eventualmente in serbo per l’incontro – fra più o meno cinque settimane, a inizio giugno – con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump: il disarmo nucleare totale e immediato. Che forse non concederà neppure a Trump, se non come atto finale di un negoziato da intrecciare lungo una timeline di reciproci “cedimenti”; man mano che la Corea del nord rinuncia a qualcosa, gli Stati Uniti e le Nazioni Unite riducono le sanzioni e allargano i cordoni della borsa con aiuti umanitari e finanziari.

Per il momento, Moon e Kim sono d’accordo a lavorare insieme per “denuclearizzare” la penisola e rimuoverne tutte le armi atomiche – la manciata forse posseduta dalla Corea del nord e quelle Usa stazionate in Corea del sud – e, soprattutto, vogliono trasformare in pace (55 anni dopo) l’armistizio del 1953.

In una giornata carica di gesti simbolici, non tutti facili da apprezzare per l’osservatore occidentale, Kim III è divenuto il primo leader nord-coreano a varcare il confine sud-coreano: né suo nonno Kim Il-sung né suo padre Kim Jong-il  che sono stati suoi predecessori in questa insolita dinastia comunista – erano mai stati “al Sud”. I due precedenti vertici Nord-Sud, all’inizio del XXI secolo, s’erano svolti entrambi a Pyongyang.

L’incontro tra Kim e Moon il primo vertice dal 2007 tra leader dei due Paesi ed è il terzo in assoluto – dopo quelli del 2000 e appunto del 2007 – sotto il segno della “sunshine policy“, cioè del riavvicinamento tra le due Coree avviato nel 1998 dall’allora presidente sud-coreano Kim Dae-Jung e portato avanti dal suo successore Roh Moo-hyun, mentore politico dell’attuale presidente. Nei due casi precedenti, il protagonista nordcoreano era padre dell’attuale Kim.

Kim non è parso per nulla goffo e impacciato. Sorridente e gioviale, passata la frontiera, dopo uno scambio di battute ha invitato Moon a seguirlo dall’altra parte: quattro passi simbolici nel Nord e, poi, insieme, di nuovo al Sud. Tutto nello scenario della frontiera più militarizzata di questo mondo; dall’una e dall’altra parte, nonostante il confine corra lungo il 38° parallelo, con una stretta striscia di terra demilitarizzata.

“Sono venuto per porre termine a una storia di confronto”. E la bella calligrafia con cui Kim scrive la sua dedica sul libro degli ospiti della struttura che ospita il vertice è stata subito oggetto d’analisi a remoto da parte di grafologi di mezza mondo.

Lunedì 23 aprile, i potenti altoparlanti che per decenni hanno rovesciato ad alto volume musica pop e propaganda politica dalla Corea del sud verso quella del Nord erano improvvisamente diventati muti, in vista del vertice. Resta ora da vedere se – passata la festa o l’emozione – Panmunjom resterà un borgo tranquillo o se l’aria tornerà a riempirsi della solita canea. Qui venne firmato l’armistizio del 1953, che pose fine alla Guerra di Corea e che non s’è ancora tramutato in trattato di pace: sarà cosa fatta entro fine anno, è stato oggi promesso. L’edificio della firma sorge proprio a cavallo della linea di demarcazione che attraversa la zona demilitarizzata: anche il tavolo attorno al quale si riunirono le delegazioni è diviso dal confine.

Il vertice tra Moon e Kim s’inserisce in una sequenza d’incontri frutto della diplomazia olimpica che – complici i Giochi d’inverno in Corea del Sud a febbraio – ha avviato un processo di distensione dopo un anno passato dal dittatore Kim e dal presidente Usa Donald Trump a prendersi a neppur troppo metaforiche pallate: test nucleari e missilistici da una parte, manovre e sanzioni dall’altra. Kim ha compiuto una visita sorpresa a Pechino – dove il 28 marzo ha visto Xi Jinping – e ha ricevuto a Pyongyang – a Pasqua in gran segreto – Mike Pompeo, segretario di Stato Usa in pectore. E dopo Moon vedrà Trump.

Ma nessun risultato positivo è acquisito, nonostante i segnali positivi dell’incontro odierno. Bisogna tenere conto dell’imprevedibilità e dell’impulsività dei protagonisti. Si dice e si pensa che l’incontro di oggi definisca il tono di quello di giugno tra Kim e Trump. Ma quasi certamente, per la gente della penisola, questo è il vertice che più conta: prendendo a prestito la retorica di Moon e Kim, questa è l’alba della loro pace, che è coreana, non americana.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Coree, cosa succede se si riuniscono

prev
Articolo Successivo

“Non mi toccare!”. La giornalista sbotta contro il tifoso che allunga le mani durante il collegamento

next