Sullo schermo della politica italiana stanno scorrendo con una certa accelerazione le immagini di coda del non propriamente apprezzato remake di un classico della comicità napoletana. Quel “Totòtruffa 62”, in cui il principe Antonio De Curtis (appunto, in arte Totò), con l’assistenza di Nino Taranto, tentava di vendere a qualche sprovveduto la fontana di Trevi.

D’altro canto, l’attuale aggiornamento della sceneggiatura prevede secondo me la virtualizzazione del “pacco”: non più storici marmi, bensì quel papello di pura astrazione, denominato “contratto”, che per un mesetto l’imperturbabile Luigi Di Maio, avendo come spalla un amministrativista dal nome improbabile e probabilmente d’arte (Giacinto Della Cananea, presumibile rivisitazione di Don Vincenzo ‘o Fenomeno in “Operazione San Gennaro”), ha tentato di rifilare indifferentemente a destra e sinistra; a Matteo Salvini e Maurizio Martina. Nella migliore tradizione magliara che risale all’Italietta del dopoguerra.

Operazione largamente pasticciata, che non ha mai subornato i diretti destinatari; ma per qualche tempo seduceva alcuni commentatori fiduciosi nel “nuovo che avanza, a prescindere”. Oltre la folla in diminuzione (Molise docet) dei credenti, altrettanto “a prescindere”, nelle doti taumaturgiche del re travicello piovuto nello stagno pentastellato per volere del Giove biteste Grillo-Casaleggio; virato a manichino.

Già la scelta del primo destinatario della profferta appariva temeraria, al limite del contro natura, se solo ci si fosse liberati dalla fregola di fare l’affare ad ogni costo. Magari analizzando l’effettivo campo del gioco politico rinunciando alle cavatine dei consulenti accademici che officiano il pensiero benpensante; dal bocco-nume milanese e romano (Luiss), ai campus tipo Cepu. Partendo degli evidenti flussi elettorali che hanno accompagnato il 4 marzo scorso i successi molto relativi dei non-vincitori (che pure si sono proclamati tali): se il M5S cresce intercettando una larga messe di voti in libera uscita dall’ectoplasma Pd renziano, come non scorgere che l’avanzata della Lega è in larga parte dovuta alla cannibalizzazione dell’estrema destra neofascista; con in testa CasaPound, a lungo corteggiata da Matteo Salvini e poi prosciugata.

Come poteva sperare il manichino travicello di coniugare la strategia leghista, di colonizzazione dello spazio politico fortemente orientata a destra, con il vecchio trucco, su cui Ugo La Malfa campò per anni (ma in una posizione subalterna a Dc e Pci), della “politica dei contenuti”? Il non confezionabile paccone in cui si pretendeva di mettere insieme flat tax e reddito di cittadinanza. “Le grandi cose” di cui fino all’ultimo ha cinguettato Di Maio.

Nel frattempo si provava a rilanciare l’offerta aggiungendo nella confezione in vendita anche una mercanzia dell’antica manifattura Andreotti, sopravvissuta ai terremoti della Prima Repubblica: l’infausta teoria dei “due forni”, apoteosi (a propria insaputa?) del più smaccato cinismo. Tanto che non ha torto l’ologramma del segretario pro tempore dei democratici quando chiede sommessamente al pazzariello in giostra di porre fine alla girandola imbonitoria. E scegliere un destinatario dell’offerta.

Ora dobbiamo prepararci alla proiezione di un altro film. Forse qualche spezzone di “Miseria e nobiltà” (1954), in cui Roberto Fico nella parte di Felice Sciosciammocca si propone quale sensale di un matrimonio in cui nessuno crede.

Una farsa destinata a finire, non si sa bene se in riso o in pianto. Con il passaggio all’inevitabile sceneggiatura affidata per disperazione al presidente Mattarella; e a un governo di suoi precettati. Questa volta con l’intera popolazione italiana quale protagonista. L’ennesimo remake, anche in questo caso tratto dalla filmografia del principe De Curtis: “I tartassati” (1959).

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