di Dafni Ruscetta

Non è una rivoluzione francese, non vi sono ghigliottine, ma in questo periodo teste che iniziano a “saltare” – seppur metaforicamente – ve ne sono.

Premessa numero uno: non leggo quasi mai l’amaca di Michele Serra perché online è perlopiù a pagamento, pertanto non conosco i precedenti contenuti di quella rubrica.

Premessa numero due: anch’io provengo da una famiglia monoreddito da impiego pubblico, cioè da un ceto sociale non abbiente (“povero” se preferite). Anch’io ho frequentato scuole primarie e secondarie in ambienti urbani dove il disagio economico e sociale era all’ordine del giorno e i susseguenti comportamenti, riscontrabili soprattutto nelle continue azioni di bullismo e violenza, frutto di quella situazione.

Anch’io ho felicemente frequentato un istituto tecnico in un quartiere popolare di Torino e non mi sono sentito per niente offeso quando ho letto l’affermazione di Serra – peraltro fondamentalmente vera – “Non è nei licei classici o scientifici, è negli istituti tecnici e nelle scuole professionali che la situazione è peggiore”. Forse perché successivamente ho anche avuto la possibilità – soprattutto grazie a borse di studio, quindi a un sistema di classe dirigente assennato e democratico – di portare a termine una formazione universitaria che mi ha permesso di stare a contatto con classi sociali diverse di mezza Europa; grazie a quel percorso sono riuscito ad acquisire strumenti di analisi e una visione del mondo utili a comprendere molte dinamiche, comprese quelle culturali e politiche attuali che stanno nuovamente portando la storia verso una direzione assai rischiosa.

Cerco di articolare meglio questo punto: quando poc’anzi citavo il clima da rivoluzione francese intendevo proprio questo. Naturalmente non vi sono vere teste che cadono – almeno per il momento – ma in qualche modo la dinamica sociale e politica che si sta affermando in questa fase è proprio la stessa (d’altra parte anche quella del 1789 era la stessa di tante altre che l’avevano preceduta): una élite culturale borghese – sia chiaro la nostra società è classista eccome – che incita il popolo al rovesciamento di un regime di potere. Per instaurare il governo del popolo? Niente affatto, verosimilmente per imporre un altro potere (qualcuno ricorderà una canzone di De Andrè sulla bontà dei poteri), quello di una nuova classe dirigente che si sostituirà alla precedente nei privilegi e nelle prebende. E questo è quanto accade più o meno in tutti i Paesi europei (e non solo) in questa fase storica drammatica.

Perché scandalizzarsi allora per quanto afferma Michele Serra? Ho analizzato il suo articolo solo dopo aver letto la successiva difesa di quel pezzo. E non ci trovo nulla di immorale. Anzi trovo il secondo scritto di una lucidità encomiabile, un’analisi accurata di un fenomeno sociale e antropologico che sta realmente accadendo sotto i nostri occhi. Anche se alcune sue affermazioni hanno potuto scandalizzare i nuovi moralizzatori dagli slogan populisti, non trovo nulla di così terribile, ad esempio, nell’affermazione “Il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale”.

E’ così scandaloso, indecente, affermare che il nostro, come tanti altri in Europa, è un paese classista? Forse sono io a non capire più nulla, lo ammetto, forse è una mia precisa responsabilità l’aver perso la cognizione dei nuovi riferimenti culturali da quando ho deciso di limitare il mio utilizzo dei social network. Denunciare la  subalternità economica e culturale di alcuni ceti sociali vuol dire essere snob? Ma una volta non era la sinistra a denunciare il gap di classe?

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