L’abbaiare di un cane. L’odore – inconfondibile – dell’albero di cerro. La vista che si spande sui campi verdi e gialli, interrotti dal rosso del cotto sui tetti. Suggestioni di un luogo, l’Appennino Tosco Emiliano, che spingono il giornalista Fabio Abati a partire per un lungo viaggio letterario nel periodo della Resistenza. Lì, a cavallo tra Emilia e Toscana, dove negli ultimi anni della guerra si verificarono eccidi ingiustificati e che valsero alla zona il nome di “Triangolo della morte”. Il sentiero del traditore, edito da Alpine Studio (Lecco 2018), sarà presentato oggi al Punto touring di Corso Italia 10, a Milano, dall’autore e dal fotografo Michele Sensi.

Nel romanzo Abati immagina di ripercorrere i luoghi e le bellezze dell’Appennino Tosco Emiliano in compagnia di un vecchio. Ed è attraverso la sua testimonianza e i suoi ricordi, scaturiti dal paesaggio di montagna, che l’autore racconta i fanatismi, gli orrori e lati più oscuri della Lotta di liberazione. Ma non solo. La narrazione arriva fino ai giorni nostri per confrontarsi con un tema, quello della “grande migrazione“, che ha portato alla luce vecchi – e nuovi – estremismi.

“Quelli dell’Appennino Tosco Emiliano sono i luoghi dei fratelli Cervi, delle recrudescenze del conflitto a cavallo della Linea gotica, dei sentieri partigiani“, spiega Abati, a lungo collaboratore del fattoquotidiano.it. “Tutte storie che hanno segnato in modo indelebile il territorio dell’Appennino e i suoi abitanti. Il mio racconto parte però da un episodio emblematico delle contraddizioni di quel periodo”. Incipit del romanzo è infatti l’eccidio, compiuto dai partigiani, di una famiglia di contadini accusati di collaborazionismo con le Camicie nere. “I Filippi finirono in un ingranaggio più grande di loro. La colpa non è di nessuno. Ma questa è una storia che spiega bene il tormento e le complessità di quella guerra civile”, aggiunge Abati. “Ci tengo a chiarire che io sono antifascista e che il libro, come viene spiegato nel primo capitolo, non vuole essere nostalgico né revisionista. Si tratta invece di un libro sugli sbagli, sui tradimenti (più o meno consapevoli) e sulle maniere deformi con cui possiamo pensare la nostra stessa esistenza”.

Il sentiero del traditore va anche oltre la guerra di Liberazione e prova a inquadrare quei fatti in ciò che avvenne dopo, dalla nascita del terrorismo rosso e del concetto di “resistenza tradita” fino alle migrazioni dei giorni nostri. “Mentre scrivevo il romanzo era sempre più evidente che nel Paese stesse succedendo qualcosa. Gli episodi di razzismo, le manganellate e gli scontri di piazza avvenuti prima delle elezioni testimoniano che certe riappacificazioni non sono mai avvenute”, spiega l’autore. “E il fenomeno migratorio non ha fatto altro che catalizzare queste contrapposizioni. È evidente che dietro agli slogan nazionalisti di certi partiti politici ci sono gli ideali del nazifascismo“. Ma nel racconto di Abati c’è spazio anche un altro protagonista. È l’Appennino Tosco Emiliano, un ambiente poetico, fatto di montagne e di boschi, che tiene traccia di ciò che avviene e che “se colto in modo attento può aiutarci davvero nelle nostre decisioni”, conclude l’autore.

Il sentiero del traditore sarà presentato nel corso di “Compagni di viaggio”, la rassegna del Touring club italiano dedicata ai libri di viaggio. All’evento, che si terrà oggi alle 18.30 al Punto touring di Corso Italia 10 a Milano, sarà presente oltre all’autore anche il fotografo e paesaggista d’Appennino Michele Sensi (gliorizzontidisensi.com). Fabio Abati è giornalista professionista, autore televisivo, videomaker e scrittore. A lungo cronista di mafia, per Alpine Studio ha pubblicato nel 2013 il libro C’era una volta la Lombardia – Storie da un mandamento di ‘ndrangheta fatto di corruzione e politica spregiudicata. Sullo stesso tema è uscito nel 2016 Non avrai altra mafia all’infuori di me – Il rischio di essere boss lontano da casa.