Nonostante i libri di storia della musica dei nostri istituti scolastici presentino una storia del melodramma strettamente connessa alla celebre Camerata de’ Bardi fiorentina e alle sue ricerche in ambito umanistico, chi non conviene con simile versione dei fatti è il noto autore di quello che è forse il Manuale di Storia della Musica oggigiorno più utilizzato, Elvidio Surian. Partendo infatti dagli studi del grande Nino Pirrotta, opposti nei loro risultati a quelli di un altro grande della musicologia italiana, Massimo Mila, nel primo dei quattro tomi del suo poderoso manuale Surian riporta la seguente versione dei fatti: “Gli storici della musica hanno per lungo tempo attribuito alla cosiddetta ‘Camerata fiorentina’ (o ‘Camerata di Bardi’) il merito di aver concepito e creato l’opera come tentativo, accompagnato da discettazioni filologiche ed estetiche, di ripristinare sotto l’aspetto musicale l’antica tragedia greca. Si tratta di una teoria quanto mai falsa oltre che inestirpabile”.

Non solo dunque la suddetta camerata non si collocherebbe all’origine del melodramma quale genere musicale e teatrale che andrà imponendosi sempre più nel corso dei secoli XVII e XVIII, ma anche la fonte di ispirazione del melodramma stesso sarebbe quantomeno errata: non si sarebbe trattato infatti, come oggi continuano a riportare i libri scolastici, di riportare in auge l’antica tragedia greca, bensì di riformare e, se così possiamo dire, “monodizzare” il genere musicale maggiormente rappresentativo dell’epoca, il madrigale: “Galilei – Vincenzo, padre di Galileo e membro della celebre camerata del conte Bardi – non accenna mai al problema della tragedia: era il madrigale, non lo spettacolo teatrale, la forma d’espressione che si doveva riformare e rinnovare, eliminando le artificiosità del contrappunto. Si doveva coltivare invece lo stile monodico, tendenza questa che però aveva preso consistenza nella pratica del tempo già prima di Galilei”.

Una disputa, questa circa le origini del melodramma e i suoi, tanto ideali quanto fattuali, storici artefici, che come accennavamo sopra vide contrapposti, più di mezzo secolo fa, gli studi di Nino Pirrotta e Massimo Mila: se infatti nel 1954 Pirrotta diede alle stampe sul Musical Quarterly uno studio che confutava le precedenti tesi sul non-ruolo svolto dal salotto Bardi nell’origine del melodramma, proprio nello stesso anno Mila pubblicava sulla Rivista musicale italiana il saggio La nascita del melodramma, in cui rivendicava alla Camerata quel ruolo di assoluta centralità a cui aveva già accennato nella sua Breve Storia della musica.

Un ambiente, quello fiorentino della fine del VXI secolo, che sarà poi oggetto di indagine anche da parte di Claude Victor Palisca, altro eminente studioso di musica antica che, nel saggio La Camerata Fiorentina: una rivalutazione, non farà che confermare le posizioni precedentemente assunte da Pirrotta. Un’attribuzione, quella maggiormente passata alla storia, delle origini del melodramma alla camerata fiorentina che, come indica sempre Surian, fu semplicemente sancita e indebitamente rivendicata a posteriori da Giulio Caccini, il cantante, anch’egli membro della camerata, autore di una delle due versioni della prima opera di cui oggigiorno si conservano integri libretto e partitura, la celebre Euridice: “Soltanto quando l’opera fu divenuta una realtà, Caccini (…) volle artificiosamente rivendicare il primo concepimento alle discussioni estetiche della Camerata (…) Le idee classicheggianti certamente influirono sulla nascita dell’opera, ma esse erano, come detto, così diffuse che non vi è alcuna necessità di farle dipendere direttamente e unicamente dalle conversazioni di casa Bardi”.