Il tema non è nuovo, l’avevamo già affrontato qui. In questi ultimi anni, nulla è cambiato: in Arabia Saudita si può essere condannati a morte, e poi decapitati, per il “reato” di stregoneria.

Il direttore dell’ufficio per la protezione dei cittadini dell’Indonesia all’estero ha reso noto, pochi giorni fa, che dal 2011 al 2018 102 indonesiani sono stati condannati a morte in Arabia Saudita: tre sono stati decapitati, 79 graziati e 20 sono ancora in attesa di conoscere la loro sorte. Tra questi ultimi, cinque sono stati giudicati colpevoli di aver praticato le arti magiche o la stregoneria.

In che modo lo avrebbero fatto? Portando con sé un jimat, un amuleto porta-fortuna tradizionale: ad esempio un ciuffo di capelli conservato in un piccolo raccoglitore. Per le autorità saudite, affidare il proprio destino a chiunque non sia Dio onnipotente è un reato capitale.

Questa storia, così come le tante altre che abbiamo raccontato sull’Arabia Saudita in questi ultimi mesi (dalla completa repressione del dissenso ai bombardamenti nello Yemen) rende semplicemente ridicola la patente di “riformatore” affidata al principe della Corona Mohamad bin Salman, che in questo periodo sta felicemente facendo un coast-to-coast negli Usa accompagnato da una potente campagna pubblicitaria.

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