Ieri, domenica 25 marzo, il conflitto dello Yemen è entrato nel suo quarto anno. Da una parte una coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita, dall’altra il gruppo armato huthi e in mezzo la popolazione civile, vittima a più riprese di crimini di guerra. Secondo dati forniti un mese fa dall’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, dal marzo 2015 in Yemen sono stati uccisi almeno 5974 civili e ne sono stati feriti altri 9493.

L’Ufficio per il coordinamento degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite (Ocha) ha dichiarato che oltre 20 milioni di persone, ossia l’80 per cento della popolazione yemenita, hanno bisogno di aiuti umanitari. In un rapporto pubblicato a gennaio, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha affermato che i profughi interni sono più di due milioni.

I trasferimenti irresponsabili di armi alla coalizione a guida saudita hanno causato danni enormi alla popolazione civile yemenita. Ma questo non ha indotto Usa, Regno Unito e altri paesi – tra cui Francia, Spagna e Italia – a porre fine alle loro sistematiche forniture, del valore di miliardi di dollari, che hanno devastato le vite civili facendosi beffe del Trattato globale sul commercio delle armi (e per quanto riguarda l’Italia, della Costituzione e della legge 180 sulle esportazioni di armi).

La mattina del 27 gennaio 2018 un attacco aereo della coalizione a guida saudita ha centrato l’abitazione della famiglia Naji ad al-Rakab, nella provincia meridionale di Ta’iz. Roweyda e i suoi figli, di 10 e sei anni, sono rimasti uccisi. Riyad e suo figlio di tre anni sono stati colpiti allo stomaco dalle schegge e un’altra figlia di un anno ha riportato ferite lievi.

Secondo le testimonianze raccolte da Amnesty International, l’abitazione era ad almeno tre chilometri da qualsiasi obiettivo militare e in quel momento nella zona non c’erano combattenti. Analizzando un video girato poco dopo l’attacco aereo, Amnesty International ha verificato che era stato portato a termine con una bomba da 1/4 di tonnellata, la GBU-12 a guida laser, prodotta negli Usa dalla Lockheed Martin.

Nell’agosto 2017, un attacco notturno della coalizione a guida saudita in una zona residenziale della capitale Sana’a aveva ucciso 16 civili e ne aveva feriti altri 17, in maggioranza bambini. In quel caso a provocare la strage era stata un’altra bomba made in Usa fabbricata dalla Raytheon.

Non si è trattato affatto di casi isolati. Dall’inizio del conflitto Amnesty International ha documentato 36 attacchi aerei della coalizione a guida saudita che nella maggior parte dei casi possono aver costituito crimini di guerra su cui l’Onu ha promesso indagini. Questi attacchi hanno causato 513 morti (tra cui almeno 157 bambini) e 379 feriti tra la popolazione civile.

A loro volta, gli huthi e le forze anti-huthi hanno effettuato lanci indiscriminati di armi esplosive contro i centri abitati, causando morti e feriti tra i civili. Sotto tiro, in particolare, la città di Ta’iz, colpita da colpi di mortaio e di artiglieria a gennaio e febbraio del 2018.

Nella capitale Sana’a e in altre zone sotto il loro controllo, gli huthi e i loro alleati si sono resi responsabili di arresti arbitrari e imprigionamenti di persone percepite come dissidenti. Decine di uomini e donne sono stati vittime di sparizioni forzate e molti di loro hanno poi subito pesanti condanne, anche alla pena di morte come nel caso dell’esponente baha’i Hamid Haydara, al termine di processi gravemente irregolari.

Lo Yemen sta affrontando una delle più grandi crisi umanitarie al mondo: almeno 22,2 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria ed è stato registrato oltre un milione di casi di colera. La guerra che ha acuito ed esacerbato la situazione umanitaria e nella quale tutte le parti in conflitto hanno impedito l’arrivo degli aiuti umanitari. Dopo che, nel novembre 2017, gli huthi avevano lanciato un missile contro aree residenziali della capitale saudita Riad, la coalizione a guida saudita ha stretto il blocco, già illegale, aereo e marittimo sullo Yemen.

Nonostante da allora il blocco sia stato allentato, la coalizione continua a imporre limitazioni agli aiuti e alle importazioni di beni essenziali come cibo, medicine e carburante. La coalizione sostiene che queste limitazioni rappresentano l’attuazione dell’embargo sulle armi decretato dalle Nazioni Unite contro gli huthi, ma la loro azione non fa altro che aggravare la crisi umanitaria e contribuisce alla violazione del diritto alla salute.