Mago è una parola di origine latina (magus). Proviene dal greco (μάγος) ma questa lingua, a sua volta, ha ereditato il termine dal persiano, in cui faceva riferimento alla sfera religiosa.

In greco il μάγος era il sacerdote che presso gli stessi Persiani (e i Medi) si dimostrava in grado di interpretare i sogni. Sarebbe poi passato a indicare stregoni, incantatori o illusionisti, oppure impostori, imbroglioni, ciarlatani.

Gaetano Triggiano – definito il “David Copperfield europeo” – ha dichiarato nel 2013 in un’intervista, mettendo insieme proprio il sogno, l’illusione e l’imbroglio: “Sono un gran bugiardo, la menzogna è fondamentale per un mago. Una menzogna buona, volta a regalare un’emozione, a far tornare bambini”.

Originario della provincia di Pisa, però, Triggiano non è un illusionista “puro”, perché – assai meglio di altri maghi one man show – aggiunge parecchio di suo all’arte dell’illusionismo: un’affabulazione condita di scanzonata ironia; una capacità non comune di rendere partecipe il pubblico; una leggerezza di toni e di modi che riesce a convivere perfettamente, con nonchalance, con la battuta più mordace o con il gesto più provocatorio.

Il suo nuovo tour italiano è iniziato a Roma, al teatro Brancaccio (27-29 marzo), e proseguirà facendo tappa a Milano, Genova, Torino, Firenze, Bologna e altre città.

Nella Capitale lo abbiamo visto all’opera e il suo spettacolo (Real Illusion) è godibilissimo. Triggiano non è Mandrake – dei suoi trucchi, a un occhio attento e allenato, qualcosa trapela –, ma è un illusionista d’indubbia presenza scenica e dall’incredibile carica fisica.

Spiccano però su tutto il resto le sue qualità di intrattenitore, ben spese e dosate – tanto il “toscanaccio” è piacevole – nei 90 minuti di uno spettacolo che scorrono rapidi, troppo rapidi. Ad affascinare sono soprattutto i siparietti con gli spettatori (grandi e piccini) e i giochi di specchi a spiegare e a svelare quel che invece, alla fine, spiegato e svelato non viene.

Davvero un “gran bugiardo” ma amabile e coinvolgente come pochi, dall’entrata in scena. Da quel primo momento in cui invita i presenti a voltarsi perché stringano la mano a chi sta seduto nella fila di dietro, gabbandoli come bambini. Noi ci salviamo, forse, solo perché occupiamo l’ultima fila. E, grazie a noi, si salvano anche quelli della penultima.