La settimana scorsa, ragionando a Radio Anch’io con Antonio Padellaro e Ilario Lombardo de La Stampa, provavo ad andare oltre le immagini riprodotte da quelli che mi sembrano gli specchi deformanti del dopo 4 marzo. Partendo dall’ipotesi che, in una politica ridotta a tattica di potere, niente corrisponde a quanto viene dichiarato; se non è funzionale agli obiettivi “coperti” dei giocatori.

In primo luogo la tesi, accreditata da tutti i commentatori come verità di fede, che le elezioni avrebbero prodotto due vincitori: Luigi Di Maio, quale leader del partito più votato, e Matteo Salvini, quale leader della coalizione più votata. Affermazione assurda, visto che non è dato in una competizione elettorale assistere al trionfo contemporaneo di due giocatori contrapposti. Al massimo si parla di pareggio. Quanto ad oggi risulta è che ci sono soltanto due soggetti, un partito/movimento e un carro di Tespi che hanno incassato molti voti, senza per questo risultare vincitori. A fronte della presenza di sconfitti accertati (magari con vocazione al karakiri, come il Pd tuttora a trazione renziana). Altrimenti non si capirebbero le circonvoluzioni di questi giorni, sintomo evidente dello stallo sulle prospettive di sbocco da convulsi incontri ravvicinati del terzo tipo; compreso il voto pentastellato per l’attribuzione della presidenza del Senato a un avvocato Ghedini in gonnella.

Visto che entrambi i cosiddetti vincitori (morali? virtuali?) sanno fare di conto, gli obiettivi sono un po’ diversi da quelli dichiarati. E Salvini, il player che si sta muovendo con maggiore scioltezza, lo sta dichiarando; accantonando la pretesa di premierato che aveva ribadito per tutta la campagna elettorale. Difatti il boss della Lega ha come priorità ciò che è stata definita “l’opa” sulla Destra, in cui ha già fatto un robusto passo avanti, dopo aver sorpassato Forza Italia nei consensi, umiliando l’ex padre padrone segandogli il candidato Paolo Romani. Lasciando per ora la soluzione finale (conquistare Palazzo Chigi) a una fase due. Di Maio ha bisogno di confermarsi garante della purezza del Movimento, obiettivo ottenuto rifiutando contatti “impuri” (fermo restando che Salvini o Giorgia Meloni non sembrano propriamente verginelle). Magari avvallando artifizi comunicativi dello strano partner lumbard per simulare improbabili consensi (vedi il “reddito di cittadinanza”, trasformato nella lettura salviniana in un’area di parcheggio in attesa di occupazione, quando la composizione principale delle povertà assolute che si vorrebbero lenire è rappresentata da anziani e/o inabili: gente non in condizione di svolgere un lavoro).

Ma qui si viene al dunque: il punto d’incontro tra i due giovani aspiranti premier, a differenza di quanto pensa Piero Ignazi, non può essere spiegato facendo ricorso né all’alternativa establishment/anti-establishment e neppure alla tanto vituperata (da Cinquestelle, che si ritengono “oltre”) diade classica Destra-Sinistra.

La saldatura su cui il dialogo Lega-5S può tenere, almeno sul breve periodo, è la rappresentazione semplificatoria “vecchio contro nuovo”. Il che significa il comune interesse a fare fuori quelle che ormai sono le icone del vecchio, inteso come Seconda Repubblica: l’ottuagenario Silvio Berlusconi e il precocemente imbolsito Matteo Renzi. Se questo è vero, suona forviante l’insistenza di quanto il cardinale di curia Paolo Mieli, specializzato in piccole perfidie e grandi trappoloni, ribadiva a Otto e Mezzo ieri sera. E cioè la possibilità di un governo di durata quinquennale; che avrebbe l’unico scopo di dare tempo a Pd e FI di rimettersi in pista. Tesi molto gradita a chi vorrebbe mantenere la politica italiana a mollo nella solita palude stigia.

Pronto a essere smentito, ma la mia personale convinzione è che a breve assisteremo alla vera rottamazione romana, con l’accantonamento degli scambisti del Nazareno. Poi si andrà alla resa dei conti, ma con un quadro politico semplificato e magari una nuova legge elettorale che consenta di avere un vincitore. Uno stupefacente bipartitismo perfetto con soggetti insospettati. Il resto è solo teatralità.