Sopravvivere al proprio frontman rappresenta un compito arduo quanto il più delle volte inutile.

Gli Stone Temple Pilots come molti di noi li hanno apprezzati, ad esempio, sono finiti forse ben prima della scomparsa del camaleontico Scott Weiland  stroncato nel 2015 da un’overdose causata da un mix di droghe e alcool -, smarrendosi dopo il loro ultimo album veramente ispirato. N° 4, per essere precisi, uscito nel 1999.

Nel mezzo, solo il compianto cantante californiano aveva dimostrato di potersi emancipare dalla sicurezza di una delle band di maggior successo dello scorso decennio sfornando un disco come 12 Bar Blues prima di naufragare rovinosamente (tra un’uscita di prigione e l’altra) in quell’oceano di mezze intenzioni che era il progetto all-star Velvet Revolver.

Dopo aver battuto un sentiero ben più sciapo con Chester Bennington – cantante dei Linkin Park scomparso in circostanze altrettanto tragiche -, gli Stone Temple Pilots hanno scelto di chiudersi in una sorta di audizione continua che ha portato più di un anno fa all’ingaggio alla voce di Jeff Gutt, ex concorrente di X-Factor America con alle spalle una breve e sconosciuta esperienza in qualità di leader dei Dry Cell, formazione nu-metal americana.

Riprendendo il titolo dell’ultimo disco realizzato con il contributo del proprio leader storico, lo scorso 16 marzo gli Stone Temples Pilots hanno pubblicato il secondo album omonimo in carriera. Supportato dalle “familiari” tonalità di Gutt, che di Weiland ricorda (in parte) il timbro, il gruppo statunitense firma così un album onesto, lontano anni luce dai fasti un po’ grunge un po’ no di Core (1992) e Purple (1994), ma capace – devo ammetterlo – di sottrarmi più tempo e considerazione di quanto non credessi sarebbe mai potuto succedere.

L’impianto base del mio giudizio non cambia, questo ci tengo a ribadirlo anzitutto ai più duri di comprendonio: si tratta di rock plastico, che non trasuda nemmeno in parte la sofferenza e l’agonia di vivere tipica degli anni Novanta. Un po’ come se i Nirvana potessero riformarsi con Dave Grohl a cantare ed uno bravo quanto lui a suonare la batteria; i Foo Fighters, per capirci.

Stone Temple Pilots forse non ha nemmeno quel tipo di pretesa e, ancora prima, non partiva con quel bagaglio di aspettative: a pochi probabilmente interessava sapere dove sarebbe andata a sbattere una band validissima ma pur sempre comprimaria, che se avesse chiuso bottega (in fin dei conti) non sarebbero stati poi in molti a lamentarsene.

Eppure al gruppo capitanato dai fratelli DeLeo va dato atto di avere sfornato un lavoro solido, coerente e radiofonico nell’accezione meno patetica del termine, trovando il coraggio di tirare i remi in barca di fronte alle tentazioni catchy che con Weiland (prima) e Bennington (poi) li avevano resi un po’ troppo lampadati.

Senza fronzoli e cedimenti, questi dodici brani sembrano più un bignami della canzone buona e giusta che non un disco vero e proprio. E qui il (grande) dilemma sta nel decidere se schierarsi dalla parte dei Jedi o dalla parte dei Sith: col forte dubbio di non saper scegliere la cosa migliore da fare a prescindere.

Comunque vada, un ascolto dovuto: che vi capiti di inciamparci sopra o vi troviate a passare da queste parti.