Le gambe delle donne sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia”, così scriveva François Truffaut nel suo bellissimo film L’uomo che amava le donne. Senza le gambe delle donne il mondo perderebbe il suo equilibrio e la sua armonia, sono geometrie del desiderio, e se mai un giorno mi capiterà di finire appeso a una croce vorrei che al posto dei chiodi ci fossero dei tacchi a spillo a bucarmi la carne. Sempre restando legati a Truffaut possiamo citare una delle frasi che il regista francese amava di più: prima le donne e i bambini.

Le donne e i bambini, pochi registi hanno saputo raccontare come Truffaut sia le donne che i bambini, pensiamo a un film meraviglioso come Gli anni in tasca o al celeberrimo I 400 colpi, e sono film stupendi perché Truffaut è un regista che non sa mentire, con le donne e i bambini non possiamo fingere, ci scoprono subito, dobbiamo mettere in campo la nostra verità se vogliamo essere amati dalle donne e dai bambini. La verità, nient’altro che la verità. Amare è un giuramento. La menzogna invece è un acido che corrode, ecco perché Truffaut nel suo cortometraggio I monelli (Le mistons) fa strappare a dei bambini il poster di un film che raccontava l’infanzia in modo falso, con dialoghi fasulli, in quella scena c’è il critico cinematografico e il regista che si fondono assieme, è una violenta dichiarazione di una poetica che non accetta più la menzogna, la retorica, e tutto ciò che è ampolloso ed enfatico.

Del resto solo la verità ha il potere di commuovere nel profondo, ed è solo la verità che fa di un artista un portatore di significati ineludibili e profondi. Le donne sono vere, possono truccarsi, possono fingere, ma non possono scappare dalla verità, la portano in grembo la verità, la verità è il respiro della loro carne, e vive nelle loro viscere come un incantesimo che non chiede altro che di venire alla luce. Come regista anche io sono indissolubilmente legato alla verità, tutti i miei film sono veri, tutte le donne che ho raccontato sono vere, senza verità il senso di quello che faccio verrebbe meno e non avrebbe ragion d’essere.

Nel film che vi propongo oggi ho raccontato Kantipur (un soprannome che le ho dato a seguito dei suoi viaggi), è una mia amica tormentata, tormentata dall’amore che vive in modo totalizzante e direi quasi senza scampo, nel suo magnifico sorriso si celano inquietudini devastanti e oscuri splendori di femmina, anche lei non può vivere senza verità ed è per questo che è sempre in movimento, sempre alla ricerca, in una fuga costante verso il centro del suo essere donna. Palpito e furore, questa è Kantipur. Non si può giocare con lei, con lei c’è solo una possibilità: essere veri.

La verità non è confortante e nemmeno confortevole, la verità è scomoda, la verità è pericolo. Non si scappa. Le ho dedicato altri film, ogni volta che vedo il suo viso mi viene voglia di accendere la videocamera, in questo dialoga con l’attore Severino Saltarelli che le fa magistralmente da spalla, in una delle sue innumerevoli inquietudini esistenziali Kantipur si è messa in testa di diventare un’attrice, di fingere, ma come può fingere una donna così vera? O la finzione è forse un anello della verità? Qui le cose si complicano e il poeta Pessoa può venirci in aiuto: Il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente. Senza dimenticare quell’aforisma (non ricordo l’autore): la verità è solo una bugia che non è stata ancora scoperta.