L’offensiva turca “Ramoscello d’ulivo” contro la città curda di Afrin, nel nord della Siria, sta causando un numero sempre più elevato di vittime civili. Secondo la Croce rossa curda, dal 20 gennaio alla fine di febbraio gli attacchi dell’esercito di Ankara hanno provocato 93 morti, tra cui 24 bambini, e 313 feriti, compresi 51 bambini, tra la popolazione civile. Questi numeri rendono prive di senso le assicurazioni del governo turco, secondo le quali nel corso dell’offensiva militare si sarebbe avuta massima attenzione per i civili.

Le testimonianze raccolte e verificate da Amnesty International raccontano di attacchi indiscriminati contro i villaggi vicini ad Afrin con armi del tutto prive di precisione: azioni vietate dal diritto internazionale umanitario.

Gli abitanti dei villaggi di Jenderess, Rajo e Maabatli, prossimi ad Afrin, hanno riferito di ore di attacchi indiscriminati, di “bombe che cadevano come pioggia”Sido, un abitante di Maabatli, ha descritto il bombardamento della casa del vicino, avvenuto il 25 gennaio, che ha ucciso cinque dei sei membri della famiglia:

“L’attacco ha completamente distrutto la casa uccidendo padre, madre e tre bambini che avevano meno di 15 anni. Una quarta bambina è rimasta sotto le macerie per diverse ore: è sopravvissuta ma è in condizioni critiche. Non c’era alcuna postazione militare vicino alla casa. La linea del fronte più vicina era a 41 chilometri”.

Hussein, un abitante di Jenderess, ha assistito alla morte della sua vicina, uccisa da un colpo d’artiglieria il 21 gennaio:

“Erano le otto del mattino e stavamo facendo colazione. Abbiamo sentito delle esplosioni, abbiamo preso di corsa tutto ciò che potevamo e ci siamo riparati in uno scantinato a 200 metri di distanza dalla nostra abitazione. Mentre correvamo abbiamo visto Fatme, la nostra vicina sessantenne. Mia madre le ha detto di unirsi a noi, lei ha risposto che poi ci avrebbe raggiunti. Quando siamo arrivati al rifugio abbiamo sentito una grande esplosione. Sono uscito fuori e mi sono diretto verso il fumo pensando che avessero colpito casa nostra. Invece la bomba era atterrata 50 metri più in là, sulla casa di Fatme. Lei è morta subito”.

Va anche segnalato un gravissimo attacco da parte delle Ypd, le Unità di protezione popolare curde, portato a termine il 18 gennaio contro un ospedale psichiatrico nella città di Azaz.

A raccontarlo è Saed, un farmacista in servizio presso la struttura:

“Siamo certi di essere stati attaccati da Afrin. Abbiamo osservato la traiettoria del razzo, probabilmente un Katiuscia. Il reparto donne dell’ospedale è stato distrutto: una paziente è morta e altre 13 sono rimaste ferite, due in modo grave. L’ospedale psichiatrico si trova nei presso di un orfanotrofio e di un altro ospedale civile. Nei pressi non vi è alcuna postazione militare e i tre edifici si trovavano a chilometri di distanza dalla linea del fronte”.

Inoltre, vari missili e colpi di mortaio hanno raggiunto il territorio turco, causando almeno sette morti e oltre 100 feriti tra i civili.