Per mio padre

Alla latitudine dove bruciano le ultime cose del mondo, è nata e vive anche una ultima donna del mondo, l’abuela* Cristina Calderón, l’ultima aborigena Yaghan. Cristina ha 90 anni e quando morirà porterà nel suo immenso cuore seimila anni di storia. Vive in un villaggio grande quanto una piccola piazza che si chiama Villa Ukika, a un chilometro da Puerto Williams, il centro abitato che figura come il più australe del mondo, sulla Isla Navarino, Cile.

E’ vero, a volte è al finale di tutte le cose che senti i rintocchi, sottovento, della bellezza.

Conobbi la sua vicenda anni fa, casualmente. E ricordo che in qualche modo, da qualche parte, sotto le mentite spoglie della letteratura o del sogno, mi ripromisi di cercarla, e raggiungerla, non sapevo come e a quale scopo, ma così è stato.

Gli Yaghan sono stati probabilmente gli indigeni nomadi più australi del pianeta. Hanno vissuto nelle frastagliate zone della regione della Tierra del Fuego, principalmente sulla Isla Navarino e a Cabo de Hornos, a partire all’incirca dal 4000 A.C.. Con le colonizzazioni europee e nordamericane il loro numero (già esiguo) cominciò a calare con un processo irreversibile, anche e soprattutto a causa dell’alterazione dell’ecosistema, vista l’introduzione forzata, a scopo economico, di nuove specie animali provenienti da altri continenti. La storia del suo popolo, così come della loro lingua, lo Yaghan, o Yamana, oggi risiedono interamente, in qualche modo, sulle spalle e nella testa di questa nonna, figlia, madre, sorella di novant’anni, dal viso rugoso e dolce, facile al sorriso, dalla voce tiepida e morbida, come proveniente da un sogno appena svegliato.

Assieme a sua nipote Cristina Zàrraga, e anche questa cosa è dolce e struggente nel medesimo momento che la pensiamo, la “abuela” sta compilando un dizionario, riempiendolo di quelle parole che probabilmente dopo di lei nessuno al mondo parlerà più. Cristina Calderón oggi vive in una casetta bianca e dolcissima, a un passo dal Canale di Beagle, e nel soggiorno, di fianco alla porta d’ingresso, tiene una vetrinetta con oggetti di artigianato Yagan che realizza lei stessa, fra cui guanti, calze, portapenne. Li vende lì, per coloro che sanno di poterli andare a cercare, quei piccoli manufatti, per chi ha il cuore ancora capace, capace di conoscere, di sentire, di non dimenticare quanto è sterminato il mondo, ma finito.

Quando lessi di questa storia ebbi un fremito, dico la verità. Sono passati anni e ora sono qua, a Villa Ukika. Sono andato a cercarla, Cristina. E l’ho trovata. E sono entrato in casa sua e ho acquistato due o tre cose, fra cui un libro sulla sua storia scritto anni fa assieme alla sorella Ursula, morta da qualche anno. Volevo farle delle domande, mi ero preparato con tutta l’ingenuità possibile alcune curiosità di bambino, ma non sapevo se avesse un senso rivolgergliele, e quale. In questi anni si saranno succeduti da lei tutti gli antropologi del mondo, tutti gli studenti alla tesi di laurea e i ricercatori, e le domande corrette le avranno poste sicuramente loro. Io invece non sono nessuno, se non un abitante del mondo come lei. Alla fine le ho chiesto due o tre cose, banali, come fosse ovvio che io fossi nel posto sbagliato e lei nell’unico giusto. Abbiamo scambiato due parole, come si dice. Poi le ho chiesto se potevo fotografarla, ed è in quel momento che è successo. Mentre scattavo, e lei guardava fuori, verso l’oceano, e poi guardava me, ho sentito che non ha alcun senso domandare all’ultima donna del mondo cosa si prova ad essere depositaria di una storia millenaria, o cosa pensa della sua lingua morente, o dell’unicità del suo essere. Come se in qualche modo, con chissà quante parole, si potesse recuperare qualcosa di tutto il tempo di questo angolo di mondo che sta scomparendo. Quando la verità è che non si torna indietro in alcun modo, si muore in una direzione soltanto. E l’ho capito perché in quegli occhi ho intravisto la pace leggera di chi si accontenta di essere, di dormire e sognare e svegliarsi e cucire. Che è quanto di più grande e unico ciascuno di noi possa fare. Dal calzolaio al filoso all’ingegnere. Ho capito che ero lì per guardare negli occhi l’essere umano più simile a me, nel luogo più lontano, e sorprenderla ad alzarsi dal letto, sedersi sul divano, sorridermi, e parlarmi delle immense e minuscole cose che siamo, cuori in forma di persone.

Poi me ne sono andato. Salutandola con la mano da dietro la porta che lascia sempre aperta… non so spiegare cosa ho provato. Però posso dire che aveva a che fare con la vita, e non con la morte.

*abuela – nonna