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Se voi andate sul sito Internet del Ministero dello Sviluppo economico avreste una sorpresa o, perlomeno, io l’ho avuta. Dicevo fra me e me, si tratta di un grosso covo di burocrati. Costoso e per niente producente. E forse non mi sbagliavo. Sicuramente ne sono rimasto sbalordito. Era proprio vero.

Si scopre una frantumazione del nostro mondo manifatturiero spropositata in ‘rami merceologici’, minuziosa, centellinata, bizantina. E nessuna attenzione a una ripartizione per ‘business’, cioè ‘market, sbocchi di mercato’: per il Mise è un pianeta sconosciuto. Inoltre regna una nostra vecchia mentalità: ‘Se questo produco, questo devo vendere’, quella che chiamo ‘la logica del bottegone’. Sembra che da noi – che siamo degli ottimi produttori dotati di grandi e ottimi asset e di ottime maestranze – nessuno soprattutto al vertice si sia accorto che si è ribaltato un equilibrio strategico, fondamentale: siamo figli di una convinzione che è stata fondamentale per circa duecento anni e che poi si è rovesciata, massicciamente, all’improvviso.

Dalla seconda metà del 1700, inizio era industriale, fino al 1970 circa pur attraversando congiunture talvolta anche tragiche il mondo economico industriale visse sulla base di una costante prevalenza della domanda di prodotti sull’offerta dei medesimi. Questo comportava il problema di produrre quei beni che venivano richiesti in quantità sempre crescente dunque c’erano spazi a disposizione per diventare imprenditori e il prezzo era di fatto nelle mani di chi produceva. Insomma il vero problema era ‘produrre’, la vendita era quasi obbligata.

Alla fine del 1900 in modo improvviso e inaspettato il mondo comunista cinese diventa capitalista e, nel breve volgere di un trentennio, lo scenario economico si capovolge non transitoriamente bensì strategicamente. Stavolta non si tratta di una pura congiuntura: la capacità mondiale dell’offerta di prodotti supera stabilmente la capacità di assorbimento degli stessi da parte del mercato.

L’offerta globale supera la domanda globale, molti Paesi industriali vedono sparire quegli sbocchi facili di mercato su cui avevano costruito le loro fortune. Non solo: ci si rende conto che la botta non è neppure finita perché dietro l’angolo ci sono l’India, la Russia e altre nazioni molto competitive quali il SudAfrica, il Brasile, i cosiddetti BRICS. E’saltata definitivamente, e con un gran botto, la logica del bottegone.

Ora il problema vero è vendere e realizzare profitti che, in questo nuovo frangente, la domanda pone sempre di più in discussione.

Sbaglierò ma ho la sensazione che il nostro Paese, il nostro sistema politico/universitario e il nostro sistema sindacal-industriale non si siano granché accorti di questo gigantesco ribaltone: sono tutti – nessuno escluso – immersi nella logica del prodotto con sprezzante distacco del fatto che per vendere devi crearti un mercato e che questo è – oggi – il vero imperativo categorico.

Vedo una ricerca affannata all’elargire sorsate di ossigeno alla domanda interna (es. la bufala degli 80€), una continua esortazione a fare nuovi investimenti (anche se ne siamo già strapieni e li stiamo utilizzando con bassissima efficienza), una continua anche se sottaciuta critica al nostro costo del lavoro (una nenia esagerata da più di mezzo secolo… e spesso davvero falsa), ecc.ecc. Ci si affida alle visioni di Italia 4.0? Bene, condivido, ma servono a migliorare l’efficienza o la scelta dei mercati più opportuni? E’ questa la vera scommessa che il Mise neppure immagina. Ma è questo un pensare nuovo? E’ tutto ciò uno sforzo per uscire dagli schemi e cercare di avviare una accettabile soluzione? Possono queste essere le piste per realizzare un piano industriale dell’azienda Italia?

Noi dobbiamo formulare un’idea di revamping, un piano industriale innovativo e degno di tal nome che avvii a soluzione il vero problema: aumentare strategicamente la nostra capacità di conquistare un mercato e a creare sbocchi in quei mercati a più alta redditività.

Utopia? Stando alle nostre menti politiche universitarie e burocratiche sì, tre volte sì. Ma non bisogna demordere. Non esiste università al mondo che possa insegnare l’arte manageriale ma il nostro Paese ha una fortuna immensa: la sua piccolissima partecipazione agli scambi internazionali: essa è tale per cui se, nel mondo manifatturiero, la duplicassimo o triplicassimo (con un colpo di bacchetta magica), ebbene, nessuno se ne accorgerebbe.

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