“Confermo le mie dimissioni dalla Commissione ministeriale per colpa degli articoli di giornale, tra cui il vostro, usciti su di me”. Pupi Avati sbatte la porta e accusa. Nominato una settimana fa dal ministro della Beni culturali uscente, Dario Franceschini, tra i cinque membri della Commissione ministeriale che concederà i contributi selettivi al settore cinematografico e audiovisivo, nella fattispecie coloro che “saranno chiamati a valutare in relazione alla qualità artistica o al valore culturale le opere dei giovani autori, le opere prime e seconde”, Avati proprio non ne vuol sapere di iniziare questa nuova avventura professionale. La Commissione, da oggi non più al completo, era comunque composta dall’ex produttrice – ferma dal 1974 – Marina Cicogna (83 anni); da Avati (79); dal più grande critico italiano vivente Paolo Mereghetti (68); Enrico Magrelli (62); e l’ex conduttrice tv Daria Bignardi (56). Una media anagrafica attorno ai 70 anni per giudicare e conferire finanziamenti ai film ideati da nuove leve cinematografiche. “È stato lei, assieme ad altri suoi due colleghi di altre testate, ad avermi portato alle dimissioni da quell’incarico peraltro non retribuito. La mia famiglia e mio fratello me l’avevano detto di non accettare”, spiega Avati al fattoquotidiano.it. “Lei mi è molto antipatico. Penso sia un bell’uomo ma mi è molto antipatico, perché è stato scorretto. Quando avrà la mia età, le auguro di arrivarci, si diventa vulnerabili a tutto. La sua obiezione l’ho colta al volo. La mia presunta inadeguatezza perché sono vecchio è servita come pretesto per andarmene”.

Avati lei è troppo permaloso. Nell’articolo si rilevava l’alta media anagrafica dell’intera commissione non il fatto che lei sia vecchio per questo genere di ruolo: perché prendersela in questo modo?
“Scriva pure che sono permaloso così completa il quadro negativo che ha fatto di me. Evidentemente un incarico come questo va preso con la leggerezza con cui si prendono le cose oggi. Dico in generale. La competenza è diventata un limite, e questo è disdicevole. Lei me l’ha fatto notare. Può vantare un grande merito”.

Nessuno ha scritto che lei è un incompetente. Semmai il suo parere da regista con cinquant’anni di carriera mescolato ad un parere di qualche autore under 50 già affermato potrebbe dare un giudizio più equilibrato…
“Mi sono reso disponibile per il cinema italiano. Io non sapevo da chi fosse composta la commissione. Ho accettato “indipendentemente da”. Poi ho scoperto che non ero stato la prima scelta. Avevano chiesto a mezzo cinema italiano e tutti avevano rifiutato. Perché a loro volta questi colleghi devono portare i loro progetti in questa commissione, capisce?. Entrare in quella commissione significa privarsi dal presentare progetti nei prossimi tre anni”.

E ora che succede alla Commissione?
“Succederà qualcosa di molto grave. Ci sarà un impantanamento di tutto”.

Se avesse dovuto decidere lei chi avrebbe messo in Commissione?
“Un produttore, un distributore e due autori perché penso che chi conosce la macchina cinematografica sono soprattutto chi produce, distribuisce e chi fa film. Solo questi possono dire se tu sei in grado di fare un film, se questo costo è compatibile con questa sceneggiatura”.

A prescindere dall’età…
“Assolutamente. Il fatto di essere giovani non è una qualità giusta dell’essere umano. Non è perché ho 36 anni allora devo diventare per forza presidente del Consiglio. Funziona che diventi presidente del Consiglio se sei capace di tirarci fuori dalla situazione orrenda in cui ci troviamo, e così in tutte le cose del mondo. Raffaele La Capria scrive cose meravigliose a 90 anni. Verdi scrisse il Falstaff a 80 anni”.

Continuo a dirle che l’articolo per il quale si è dimesso non riguardava la sua età, ma che su 5 persone non ce ne fosse una con meno di 56 anni…
“D’accordo ma lei mi ha fatto un identikit negativo. Non  ha scritto ad esempio che ho fatto 50 film tra cui alcuni bellissimi e molti capolavori. Lei li ha visti?”

Tutti. Se vuole le cito qualche scena a memoria…
“Io sono andato nove volte a Venezia, ho fatto parte di tutte le giurie dei festival del mondo. A Cannes sono andato cinque volte. Non credo di essere uno che non può giudicare un film. L’età è l’ultima delle condizioni che porrei, perché prima viene la qualità umana della persona, il suo know-how su quel tema. Soprattutto se ha frequentato generi cinematografici nelle sue varie declinazioni. Un regista deve aver girato un film a basso costo ma anche ad alto costo”.

Non trova che girare un film indipendente a basso costo oggi sia differente ad un low budget degli anni settanta?
“È perché mai? Perché si usa una telecamera piuttosto che un’altra?”

50 anni fa c’era un impianto industriale più rodato e attento a quel tipo di produzione, oggi sono cambiate molte cose in questo ambito…
“E allora? Il racconto non è più fondamentale? Se qualcuno racconta una storia con duemila euro e una telecamerina per la prima comunione e me ne chiede diecimila io glieli do. Cosa fa? Prova a vedere se sono impreparato?”.

Non credo che lei sia impreparato, ma che in una commissione ministeriale che giudica le opere prime e i giovani autori ci possa essere almeno un componente under 50 per creare un giudizio più equilibrato…
“Lo sa che scrivo per Nuovi Argomenti il cui caporedattore ha meno di 30 anni e mi ci trovo in sintonia perfetta?”.

Lei si è arrabbiato anche perché l’abbiamo definita “cattolico”. Ma questa sua appartenenza religiosa non preclude una visione più aperta e generale nel giudicare un film?
“Ma perché mai?”

Ad esempio l’ultimo film di Luca Guadagnino che ha al centro un rapporto omosessuale tra un adulto e un 17enne come l’avrebbe giudicato?
“Non ho visto il film, ho letto il romanzo è mi è abbastanza piaciuto. Il fatto comunque non mi scandalizza”.

Riformulo: come affronterebbe tematiche contemporanee delicate come l’omosessualità in un film?
“Sono tematiche non al centro della nostra esistenza. E ad ogni modo nelle mie troupe il 20% di collaboratori che lavora con me da 20 anni sono gay. Hanno le loro storie e i loro compagni e ci lavoro in assoluta compatibilità. E poi il credente ha una visione più ampia delle cose, direi sacrale rispetto alle cose della vita, perché ha un’immaginazione più fervida”.