L’ombra incurvata di Giulio Andreotti rispunta sulle elezioni del 4 marzo. La Lega candida Giulia Bongiorno, avvocata del politico democristiano al processo per associazione mafiosa andato in scena a Palermo nella seconda metà degli anni Novanta (la difesa era guidata dal professor Franco Coppi). Una scelta che ha spaccato il partito della “razza bianca”. “Io e Bossi quelli come Andreotti li abbiamo sempre combattuti”, ha ricordato Maroni a Salvini. Della Bongiorno si ricorda invece la triplice esultanza – stile Nando Martellini alla vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio dell’82 – quando arrivò il verdetto di cassazione contro il sette volte presidente del consiglio accusato di aver tramato insieme a Cosa nostra: “Assolto! Assolto! Assolto!”, gridò la giovane avvocata davanti a una siepe di microfoni e telecamere.

Ma al di là dei mal di pancia leghisti, Andreotti fu davvero assolto? La risposta è, semplicemente, no. Una verità inoppugnabile, che però ha bisogno di essere ribadita, dato che la santificazione dello “statista” e l’oblio sul vero esito di quel processo perdurano, cinque anni dopo la sua morte. La verità sul processo Andreotti è il titolo del libro di Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte (Editori Laterza, 122 pag., 12 euro), procuratore di Palermo all’epoca del processo il primo, pubblica accusa in aula il secondo, insieme a Roberto Scarpinato.

La fake news ante litteram dell’assoluzione è facilmente smontabile. Per farla breve: i giudici di primo grado, nel 1999, mandarono assolto Andreotti con l’articolo 530 secondo comma, paragonabile alla vecchia insufficienza di prove; l’appello del 2003, invece, decretò il “non doversi procedere… in ordine al reato di associazione per delinquere… commesso fino alla primavera del 1980, per essere lo stesso reato estinto per prescrizione“; nel 2004 la Cassazione confermò riga per riga. Fine della storia. Fino al 1980 Andreotti ha “commesso” il reato di associazione per delinquere con Cosa nostra (il reato di associazione mafiosa, il 416 bis, è stato introdotto soltanto nel 1982), che però è prescritto. Il giubilo della Bongiorno sorvola su questo non trascurabile dettaglio: Andreotti quel reato lo ha comunque “commesso”. Lo stesso, nelle cronache della sentenza, fanno molti quotidiani e tv, per non parlare dei politici. Il neo-piddino Pier Ferdinando Casini, tanto per stare in tema di candidati alle prossime politiche, allora presidente della Camera, si dichiarò “molto contento” di quella “assoluzione” e lamentò l’atteggiamento “persecutorio” nei confronti del vecchio leader.

Per ribadire questa lampante, ma offuscata, verità, non ci sarebbe stato bisogno di fare un libro. E infatti il pur agile volume fa riflettere su molto altro, e soprattutto su come la “società dello spettacolo” possa fare il gioco dei mafiosi e dei loro complici, più o meno consapevoli. Perché diciamo la verità, che cosa ci ricordiamo soprattutto di quel processo? Il bacio di Totò Riina a Giulio Andreotti, naturalmente. Una scena grottesca, difficile da credere anche per i più irriducibili detrattori del “Divo”, raccontata ai magistrati dal pentito Balduccio Di Maggio. “Il bacio scatena i complottisti”, scrivono gli autori. “Una sapiente regia (con la connivenza di una certa politica e una certa informazione) mette in ridicolo l’episodio del ‘bacio’ e ne fa la chiave di volta per screditare l’intero processo Andreotti”.

Nel mondo reale, il presunto bacio non avrà alcun peso nelle sentenze, ma nel circuito politico-mediatico cancellerà gli elementi ben più consistenti a carico del senatore a vita. I suoi rapporti con il gruppo politico-mafioso Lima-Ciancimino-cugini Salvo (la famosa “famiglia politica più inquinata dell’isola”, copyright Carlo Alberto dalla Chiesa; persino Ciriaco De Mita, che un po’ di pelo sullo stomaco ce l’aveva, chiese pubblicamente l’allontanamento di Ciancimino dalla Democrazia cristiana, prima che Andreotti lo accogliesse a braccia aperte fra i suoi). E il suo attivismo pro Michele Sindona, il bancarottiere piduista e riciclatore di Cosa nostra, nonché mandante dell’assassinio di Giorgio Ambrosoli, quasi solitario oppositore dei progetti di salvataggio delle banche sindoniane a spese pubbliche propugnati dal leader democristiano (progetti che il leader Dc mandò avanti anche dopo l’omicidio, la notte dell’11 luglio 1979 a Milano). In una recidiva senile, Andreotti disse successivamente in un’intervista che Ambrosoli se la “andava cercando”. Poi fu costretto a scusarsi. Questo è il personaggio al quale la neoleghista Bongiorno ha sempre manifestato la sua ammirazione, al di là dei rapporti professionali.

Se lo Stato non ha ancora sconfitto le mafie, ribadiscono Caselli e Lo Forte, non è solo una questione di uomini e mezzi. E’ che con troppa frequenza i successi sono accompagnati dalle marce indietro e dai contrattacchi del solito circuito politico-mediatico. Fu così – ricostruiscono puntigliosamente nel libro –  per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, largamente osteggiati dopo aver portato a casa il più grande successo dello Stato nella lotta alla mafia, cioè le condanne al maxiprocesso di Palermo. E’ stato così anche per i magistrati che hanno osato portare sul banco degli imputati il politico più potente e più compromesso della Prima repubblica. Assolto, assolto, assolto. Per aver commesso il reato.

LA FRASE – Giulio Andreotti “con la sua condotta (…) ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale ed arrecato, comunque, allo stesso, un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi” (dalla sentenza d’appello del processo Andreotti, confermata in Cassazione).